Release 01: Ordine 44
Release 01 di 15Level 44, Book 0111 min di lettura2423 parole
Strategie, Serial Killer e Server Down
Emy fissava lo schermo dello smartphone con la stessa intensità clinica che un chirurgo riserva a un'operazione a cuore aperto. «Maledetti Domatori,» sibilò a denti stretti. «Chi è che piazza una Tesla occulta proprio lì? È una trappola per principianti, e io ci sono cascata come una pera cotta.»
Sullo schermo, il suo esercito in Clash of Clans veniva massacrato. I suoi Domatori di Cinghiali stavano saltando le mura sbagliate, ignorando le difese per dirigersi verso un inutile deposito d'oro, mentre le Torri Infernali nemiche li incenerivano uno a uno. «Zero stelle,» mormorò, chiudendo l'app con un gesto stizzito. «Il Capoclan mi degraderà. Ho disonorato la famiglia virtuale.»
Ai suoi piedi, Brando emise un sospiro cavernoso. Il pitbull di trenta chili, un ammasso di muscoli e affetto indiscriminato, scattava le zampe a vuoto sul parquet, probabilmente all'inseguimento di qualcosa che solo il suo naso poteva vedere.
Dallo studio, quella terra di nessuno piena di cavi, monitor e luci a LED blu, emerse Max. Non sembrava un uomo che aveva appena salvato il mondo digitale, ma piuttosto uno che ne era stato masticato e sputato via. Si passò una mano tra i capelli (pochi), aggiustandosi gli occhiali.
«Il cluster su Francoforte ha un picco di latenza inspiegabile,» disse Max, dirigendosi verso la cucina come uno zombie in cerca di cervelli, o caffè. «Ho dovuto reroutare il traffico su Dublino, ma l'architettura serverless sta dando dei falsi positivi sull'autenticazione. È un incubo logico.»
Emy non alzò lo sguardo dal tablet. «Mmh. Hai provato a spegnere e riaccendere?»
«Divertente. Molto divertente,» rispose Max, aprendo il frigo e fissando il vuoto, illuminato dal neon. «Non è il modem di casa, Emy. Parliamo di un'infrastruttura distribuita che gestisce petabyte di dati sensibili. Se crolla il nodo principale, mezza Europa non accede ai propri servizi.»
«Quindi niente Netflix stasera?» chiese lei, chiudendo finalmente la partita. Aveva vinto, ma a caro prezzo: la sua cavalleria era decimata.
«Netflix è su AWS, io sto lavorando su un ambiente ibrido custom per un cliente bancario. Comunque, il concetto è quello.» Max chiuse il frigo. Vuoto. «Cosa mangiamo?»
In quel momento, la porta d'ingresso si aprì. Entrarono Davide e Fabiano, portando con sé l'odore inconfondibile di spogliatoio maschile e erba sintetica. Davide, ventun anni e l'aria di chi sta ancora calcolando cosa fare della propria vita, lanciò il borsone in un angolo con precisione balistica. Fabiano, diciannove anni, studente di psicologia e osservatore critico dell'universo, entrò scuotendo la testa.
«È un chiaro esempio di proiezione freudiana,» stava dicendo Fabiano al fratello. «L'arbitro non ce l'ha con te. Ce l'ha con la sua figura paterna e tu rappresenti l'autorità che lui vuole abbattere.»
«L'arbitro è un cretino, Fabi,» tagliò corto Davide, sfilandosi le scarpe. «E se non mi fischia quel rigore, la prossima volta la scivolata gliela faccio sulle tibie. Ciao mà. Ciao pà. Si mangia?»
Emy guardò i suoi tre uomini. Max, perso nelle astrazioni sulle API. Davide, pronto a scatenare una guerra per un fallo. Fabiano, che psicanalizzava anche il cane. La fame si era già trasformata in necessità operativa.
«Niente cucina stasera,» annunciò Emy, alzandosi dal divano. Recuperò la borsa. «Ho bisogno di glutammato monosodico, di carboidrati complessi e di una quantità di sodio che farebbe preoccupare un cardiologo.»
«Cinese?» chiese Davide, illuminandosi.
«Cinese,» confermò Emy. «Vado al Drago d'Oro. E non voglio sentire storie. Max, staccati da quei log di sistema. Ragazzi, doccia veloce. Quando torno voglio la tavola apparecchiata e Brando fuori dai piedi.»
«Posso venire?» chiese Fabiano. «Ho letto uno studio interessante sulla correlazione tra il cibo etnico e il rilascio di dopamina.»
«No. Vado sola. Mi serve il silenzio tattico per decidere se prendere i ravioli al vapore o alla griglia. È una scelta che richiede concentrazione.»
Emy prese le chiavi dell'auto. Mentre usciva, lanciò un'occhiata al televisore spento. Per un secondo, pensò al documentario che aveva interrotto il giorno prima: la moglie che avvelenava i mariti con l'antigelo. Sorrise tra sé. Per fortuna lei amava la sua famiglia. Anche se, a volte, l'idea di una vita solitaria in un bunker sotterraneo con una connessione fibra e una fornitura a vita di involtini primavera non le sembrava poi così male.
Uscì nella notte fresca. L'aria di febbraio le morse le guance. Si strinse nel giubbotto e attraversò il vialetto verso la macchina, con la sensazione inspiegabile che quella fosse l'ultima sera normale da un pezzo.
L'Arte della Guerra (e dell'Involtino)
Il Drago d'Oro era un'istituzione del quartiere. Non per l'arredamento, che era rimasto fermo a un vago concetto di oriente anni '90, né per la pulizia, che Emy preferiva non analizzare con troppa attenzione, ma per l'efficienza: in quel posto, la termodinamica del wok raggiungeva livelli di perfezione industriale.
Emy entrò, investita da un muro di vapore al profumo di salsa di soia e fritto. C'era la solita calca del sabato sera. Famiglie stanche, coppie che non avevano voglia di cucinare, e studenti universitari in crisi glicemica.
Emy si fece largo verso il bancone con la determinazione di chi ha una missione e quarantacinque euro in gioco. «Ordine per Emy,» disse alla ragazza alla cassa, che digitava su un tablet con una velocità che avrebbe fatto invidia a Max.
A casa, immaginò, Brando sarebbe rimasto sotto il tavolo con gli altri tre uomini, con la dignità di chi non viene consultato sulle decisioni importanti. Gli aveva promesso una nuvola di drago. Era l'unico membro della famiglia a cui non conveniva mancare di parola.
«Cinque minuti,» rispose la ragazza senza alzare lo sguardo. «È quasi pronto.»
"Quasi pronto" nel linguaggio della ristorazione, come Emy ben sapeva, era un'unità di misura variabile che poteva significare dai tre minuti all'era geologica successiva. Si appoggiò al bancone di formica, tirando fuori il telefono. Doveva rivedere il replay del suo attacco fallito. Doveva capire dove aveva sbagliato il piazzamento degli incantesimi.
Accanto a lei, un uomo stava tamburellando nervosamente le dita sul ripiano. Non c'entrava nulla con il resto della clientela. Indossava un cappotto color cammello di taglio sartoriale, scarpe di cuoio lucide che costavano probabilmente quanto l'intera cucina del ristorante, e aveva l'aria di chi si trova lì per sbaglio, o per una scommessa persa. Sudava, nonostante l'aria condizionata. Si guardava alle spalle verso la vetrina appannata ogni pochi secondi, con il telefono stretto nel pugno così forte che le nocche erano bianche. Emy lo classificò istintivamente: nervoso, fuori contesto, potenziale problema. Ma non era affar suo. Lei voleva solo il pollo alle mandorle.
«Ordine 44!» gridò qualcuno dalla cucina. La ragazza al bancone depositò una busta di plastica bianca, pesante e fumante, decorata con il classico drago rosso stilizzato. «Pollo alle mandorle, riso cantonese, involtini, nuvole di drago.»
Contemporaneamente, un altro cameriere uscì da una porta laterale e depositò una busta identica, assolutamente gemella, accanto alla prima. «Ritiro speciale,» disse sottovoce, spingendola verso l'uomo col cappotto.
In quel preciso istante, il telefono di Emy vibrò. Era una notifica del gruppo WhatsApp di famiglia: "Mamma, prendi la salsa di Soiaaa!" Emy alzò gli occhi al cielo, digitando una risposta veloce con una mano sola: "Ne abbiamo una bottiglia in frigooo."
Fu una questione di attimi. Di pura distrazione. L'uomo col cappotto, spaventato dal rumore di una sirena, probabilmente solo un'ambulanza di passaggio, afferrò la busta alla sua sinistra. Emy, finendo di scrivere, allungò la mano destra e prese l'altra busta.
Nessuno dei due guardò dentro. L'uomo uscì veloce, quasi correndo, scomparendo nella notte. Emy recuperò lo scontrino, controllò l'orario e calcolò mentalmente il percorso migliore per tornare a casa evitando i semafori rossi. Il cibo cinese aveva un tempo di decadimento termico molto rapido; andava consumato caldo, o diventava un blocco di colla immangiabile.
Uscì dal locale, lanciando le chiavi in aria e riprendendole al volo. «Missione compiuta,» mormorò tra sé. La busta le sembrò più pesante del solito, ma erano quattro porzioni abbondanti. Forse il cuoco aveva avuto la mano generosa. O forse avevano cambiato le vaschette. In ogni caso, il peso era una buona notizia: significava che nessuno aveva lesinato sulle quantità.
L'Hardware non commestibile
Il tavolo della cucina era apparecchiato con una precisione geometrica che avrebbe reso fiero un ingegnere civile, ma che a casa loro significava solo che Davide aveva una fame da lupi. Bacchette per tutti (tranne per Fabiano, che usava la forchetta per una sorta di protesta contro il capitalismo globale, o forse solo perché non aveva mai imparato), bicchieri pieni e tovaglioli di carta strategici.
Brando era già in posizione sotto il tavolo, il naso umido premuto contro il ginocchio di Davide, pronto a intercettare qualsiasi involtino che avesse osato sfidare la gravità.
«Allora?» chiese Davide, tamburellando con la forchetta. «Ho bisogno di recuperare le calorie perse. Ho corso per novanta minuti, praticamente ho il metabolismo di un colibrì in questo momento.»
«Calma,» disse Emy, posando la busta pesante al centro del tavolo. Mentre la appoggiava, notò per la prima volta quanto fosse compatta per il suo peso. «Devono averci messo delle bibite in omaggio,» mormorò tra sé, giustificando mentalmente quel chilo e mezzo abbondante che le aveva affaticato il polso. «O forse hanno finalmente cambiato quelle vaschette di plastica leggera con qualcosa di più serio. Speriamo non abbiano lesinato sulle quantità.»
Emy afferrò i manici della busta di plastica e tirò. Si aspettava il familiare rumore delle vaschette di alluminio che cozzano l'una contro l'altra, quel suono metallico e promettente che preannunciava la cena.
Invece, non sentì nulla. Nessun tintinnio. Solo un oggetto solido, monolitico, avvolto in un panno antistatico scuro, scivolò fuori, atterrando sulla tovaglia a fiori con un thump sordo e preoccupante.
Il silenzio scese nella cucina. Un silenzio denso, rotto solo dal ronzio del frigorifero. Tutti fissavano l'oggetto. Non erano involtini primavera.
Era una scatola rettangolare di metallo nero opaco, grande circa come un paio di libri impilati, con angoli rinforzati in gomma e una serie di alette di raffreddamento su un lato che sembravano la griglia di un radiatore in miniatura. Nessun logo, nessuna scritta. Solo una serie di porte di connessione sul retro protette da tappi di gomma arancione.
«Emy,» disse Max lentamente, aggiustandosi gli occhiali sul naso. La voce era cambiata. Non era più il tono da "marito stanco", ma quello da "consulente che ha appena trovato un bug critico nel sistema di produzione". «Cos'è quello?»
«Dovrebbe essere la nostra cena,» rispose Emy, fissando l'oggetto con un misto di orrore e incredulità. Lo toccò con un dito. Era tiepido. «Hanno sbagliato l'ordine. Hanno sbagliato tutto l'ordine. Ma che diavolo... mi hanno dato un tostapane?»
«Mamma, quello non sembra un tostapane,» osservò Davide, sporgendosi e annusando l'aria. «Non profuma di pane. Profuma di... elettronica nuova. Tipo quando apri la PlayStation.»
«Max, analizza,» ordinò Emy, incrociando le braccia. La fame stava lasciando il posto a una irritazione crescente. «Ho speso quarantacinque euro. Se quello non si mangia, qualcuno al Drago d'Oro passerà un brutto quarto d'ora.»
Max si era alzato. Si avvicinò all'oggetto senza toccarlo, inclinando la testa per leggere le minuscole sigle incise vicino ai connettori. «Non è un elettrodomestico,» mormorò, affascinato nonostante la situazione. «Guarda qui. Queste porte sono Amphenol, standard militare o aerospaziale. E la scocca è in lega di magnesio suppongo, serve per la dissipazione termica passiva. È un'unità di calcolo rugged, fatta per resistere a urti, polvere e temperature estreme.»
Sotto il tavolo, Brando premette il muso contro il panno antistatico, lo annusò a lungo e sbuffò con un gemito deluso. Si riaccucciò sulle zampe. Niente cibo.
«È un computer?» chiese Fabiano, guardando l'oggetto con sospetto. «O un dispositivo di sorveglianza di massa?»
«Difficile dirlo a scatola chiusa,» ammise Max. «Sembra un nodo di edge computing, fatto per elaborare dati sul posto senza passare per un data center. Ma senza poterci attaccare un cavo, la mia è solo un'ipotesi. Emy, dove hai preso questa busta? Esattamente.»
Emy ripercorse mentalmente la scena. La fila. Il tizio col cappotto cammello che sudava. La fretta. Il messaggio di Davide. «Oh,» fece lei. «Forse... forse c'è stato uno scambio. C'era un tizio strano. Molto elegante. Molto nervoso. Avevamo la stessa busta.»
«Hai scambiato il mio pollo alle mandorle con un server portatile?» Davide si lasciò cadere sulla sedia, distrutto. «Io sto morendo di fame. Questo è ufficialmente il giorno più brutto della mia vita.»
«Smettetela,» tagliò corto Emy. La sua mente, allenata su mappe virtuali e casi di cronaca nera, stava iniziando a collegare i puntini. Un uomo nervoso. Uno scambio di borse identiche. Un oggetto che sembrava uscito da un laboratorio della DARPA.
«Dobbiamo riportarlo indietro,» disse Emy decisa, allungando le mani per rimetterlo nella busta.
«Fermo!» Max la bloccò con un gesto secco. «Non muoverlo troppo. Guarda qui.» Indicò un piccolo led, quasi invisibile, incassato tra le alette di raffreddamento. Pulsava di una luce verde tenue, ritmica. «È acceso. È in standby attivo. Significa che sta processando o trasmettendo qualcosa.» Si avvicinò di più, accigliandosi. «Se ha un modulo GPS o una eSIM integrata, e con queste specifiche ne avrà sicuramente uno, sta pingando la sua posizione da quando l'hai raccolta al ristorante. Chiunque lo abbia perso sa già che non è più al Drago d'Oro. Sa che si è spostato. E sta seguendo il segnale fino a qui.»
Emy sentì un brivido freddo risalirle lungo la schiena. «Da quanto tempo?»
Max guardò l'orologio. «Sei uscita dal ristorante venti minuti fa. È più che sufficiente per triangolare una posizione. Emy... questa non è roba commerciale. Nessuno dimentica un aggeggio del genere in un ristorante cinese. E chi lo cerca ha i mezzi per trovarlo.»
In quel preciso istante, il campanello di casa suonò. Non il suono allegro di un amico in visita. Ma un suono secco, insistente. Due volte. Dlin. Dlin.
Brando scattò in piedi, il pelo sulla schiena leggermente alzato, e iniziò ad abbaiare con la voce profonda da "cane da guardia", quella che usava solo per il postino o per i gatti che osavano camminare sul muretto.
Emy guardò Max. Max guardò il dispositivo, pallido. Davide guardò la porta. «Saranno loro? Magari ci hanno riportato il riso?»
«Nessuno apra quella porta,» disse Emy. La voce perse il tono della mamma che si lamenta del disordine e prese quello del Capoclan con le truppe nemiche all'orizzonte. «Davide, prendi Brando per il collare e portalo in corridoio. Max, c'è un modo per isolare quella cosa senza spegnerla?»
«Il microonde,» rispose Max d'istinto. «È schermato.»
«Fabiano,» continuò Emy, ignorando l'assurdità della situazione. «Guarda dallo spioncino. Ma non farti vedere. E se ti chiedono chi siamo... noi non abbiamo ordinato nulla.»
Il gioco era iniziato. E Emy non aveva intenzione di perdere. Soprattutto a stomaco vuoto.