Release 02: Microonde e Mocassini
Release 02 di 15Level 44, Book 0114 min di lettura3145 parole
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Microonde e Mocassini
«Nel microonde, quindi. Adesso!» sibilò Emy, indicando l'elettrodomestico incassato tra i pensili della cucina.
Max non se lo fece ripetere due volte. Afferrò la scatola nera con la delicatezza con cui si maneggia un neonato radioattivo, aprì lo sportello del microonde, infilò il dispositivo dentro e richiuse con un colpo secco.
«Non accenderlo!» gridò Max, vedendo Davide che per riflesso stava allungando la mano verso la manopola del timer. «Se lo accendi friggi tutto e lo danneggiamo. Funziona solo come Gabbia di Faraday passiva. La rete metallica nello sportello dovrebbe bloccare, o almeno attenuare, le frequenze radio.»
Il campanello suonò di nuovo. Tre volte, in rapida successione. Un ritmo nervoso, imperativo. Dlin-dlin-dlin.
«Fabiano, rapporto,» ordinò Emy, acquattandosi nel corridoio in modo da non essere visibile dalle finestre laterali. Si sentiva ridicola e adrenalinica in parti uguali. Impugnava un mestolo di legno che aveva afferrato per istinto dalla cucina.
Fabiano era in punta di piedi, con l'occhio incollato allo spioncino. «Soggetti maschili, due unità,» sussurrò, con il tono di chi sta descrivendo un esperimento comportamentale. «Caucasici. Età stimata tra i trenta e i quaranta. Abbigliamento formale ma incongruente con il contesto suburbano.»
«Parla come mangi, Fabi,» sibilò Davide dal fondo del corridoio, tenendo Brando per il collare. Il cane uggiolava, percependo la tensione.
«Sono vestiti troppo bene, mamma,» tradusse Fabiano. «Completi scuri, taglio slim-fit. Uno ha dei mocassini di pelle senza calze. Chi va in giro senza calze a febbraio?»
«Psicopatici,» decretò Emy. «O fashion blogger. In entrambi i casi, gente pericolosa.»
«Hanno le mani in tasca,» continuò Fabiano. «Postura rigida. Dominante. Mamma, quello a destra sta guardando il telefono. Credo stia controllando qualcosa.»
«Il segnale è nel microonde,» mormorò Max, raggiungendoli. «Se la schermatura regge, dovrebbero vedere il puntino fermo qui, o sparire del tutto. Speriamo pensino a un glitch.»
Dall'altra parte della porta blindata, una voce ovattata ma ferma ruppe il silenzio. «Emy? Sappiamo che è in casa. Abbiamo visto la luce.»
Emy si irrigidì. Non aveva dato il proprio nome a nessuno dei due. Fece un respiro profondo. Si avvicinò alla porta, ma senza aprirla.
«Chi è?» chiese, con la voce alta e stridula da "casalinga isterica" che sapeva recitare alla perfezione. «Non compriamo niente! Abbiamo già il Bimby, l'aspirapolvere e la salvezza eterna! Andate via o chiamo mio marito che è un ex campione di sumo!»
Max inarcò un sopracciglio, guardandosi la pancia decisamente non piatta.
«Non vendiamo nulla, signora,» rispose la voce. Era calma, professionale. Troppo calma. «C'è stato un errore al ristorante. Uno scambio di borse. Lei ha qualcosa che ci appartiene. Noi abbiamo... la vostra cena.»
Davide, dal corridoio, sussultò. «Hanno gli involtini! Mamma, apri! Facciamo lo scambio!»
Emy si voltò e fulminò il figlio con uno sguardo che avrebbe pietrificato una medusa. Poi tornò alla porta.
«Non so di cosa state parlando!» mentì. «La mia cena era perfetta. Il pollo era delizioso. Addio!»
Ci fu una pausa. Un silenzio pesante. Poi la voce tornò, meno amichevole. Più metallica.
«Signora, il dispositivo ha un valore che lei non può comprendere. E noi non siamo persone che amano aspettare al freddo. I vostri involtini si stanno raffreddando. E la nostra pazienza anche. Apra la porta, facciamo lo scambio, e nessuno si farà male.»
Fabiano si staccò dallo spioncino, pallido. «Mamma,» sussurrò. «Quello coi mocassini... ha tirato fuori qualcosa dalla giacca. Non è un telefono.»
Emy sentì l'adrenalina scattare. La stessa che provava quando, in un raid, rimaneva l'ultima viva della squadra e tutto dipendeva dalla prossima mossa. La sua mente iniziò a processare le opzioni a velocità tripla.
- Aprire e restituire il dispositivo: Rischioso. Avevano visto le loro facce? Avrebbero lasciato testimoni? Nei film non lo fanno mai.
- Chiamare la polizia: Tempo di arrivo stimato 15 minuti. Troppo.
- Barricarsi: La porta era blindata, ma le finestre del retro no.
«Max,» sussurrò Emy, indietreggiando lentamente verso la cucina. «Prendi le chiavi della macchina. Quella sul retro, non la mia.»
«La monovolume?» chiese Max.
«Sì. È l'unica in cui entriamo tutti e quattro più il cane.»
«Mamma, cosa stai pianificando?» chiese Davide, facendo un passo indietro come ogni volta che riconosceva sul volto della madre quell'espressione. L'espressione da Ultimo livello, Boss finale.
«Non apro a gente che non porta i calzini,» disse Emy. «È una questione di principio. E poi, hanno minacciato la mia famiglia.» Si girò verso la porta e urlò: «Lasciate la cena sullo zerbino e andatevene! Ho il Covid! Siamo tutti contagiosi! Abbiamo la peste bubbonica!»
Dallo spioncino, Fabiano si ritrasse all'improvviso, pallido. «Mamma, ha scosso la testa. Ha fatto un cenno al compagno... stanno venendo verso la porta. E quello grosso sta tirando fuori un piede di porco. O qualcosa di simile.»
«Brando!» urlò Emy. Il cane, sentendo l'urgenza nella voce della padrona, capì che non era più un'esercitazione. Corse verso la porta e scatenò un abbaio profondo, cavernoso, feroce, grattando contro il legno. Fuori, i due uomini fecero un passo indietro.
«Bene,» disse Emy. «Questo ci compra trenta secondi. Max, prendi il microonde.»
«Cosa?»
«Prendi tutto il microonde! Non possiamo tirare fuori quella cosa o riaggancerà il segnale GPS. Lo stacchi dalla spina e ce lo portiamo dietro.»
Max la guardò come se fosse impazzita. «Vuoi che scappiamo portandoci dietro un elettrodomestico da incasso?»
«Preferisci che ci trovino grazie al segnale mentre siamo in autostrada?»
Un colpo forte fece tremare la porta d'ingresso. BAM. Stavano provando a forzarla.
«Via! Via! Via!» ordinò Emy, spingendo i figli verso la porta sul retro che dava sul garage. «Davide, prendi il cane! Fabiano, smettila di psicanalizzarli e muoviti! Max, quel maledetto microonde!»
Max strappò la spina dal muro, afferrò il forno a microonde con dentro il segreto militare da trecento milioni di euro, e corse verso il garage, inciampando nel tappeto. Emy fu l'ultima a uscire dalla cucina. Prima di chiudere la porta del garage, afferrò al volo un sacchetto di patatine aperto rimasto sul bancone. Non era pollo alle mandorle, ma in guerra ogni caloria contava.
La Fuga in Monovolume (e Patatine)
Il garage odorava di benzina vecchia, detersivo per lavatrice e quella nota pungente di gomma bruciata tipica delle partenze affrettate. La Citroën Picasso grigia della famiglia, soprannominata "L'Astronave" non per la sua velocità ma per la quantità di pulsanti inutili sul cruscotto, giaceva sonnolenta al centro dello spazio angusto.
«Baule! Aprite il baule!» urlò Max, barcollando sotto il peso del forno a microonde che teneva stretto al petto come un tesoro azteco. Il cavo dell'alimentazione penzolava dietro di lui come una coda mozza.
«Non c'è spazio!» ribatté Davide, aprendo il portellone posteriore e rivelando un caos geologico fatto di borsoni da calcio, scarpini infangati, tre confezioni d'acqua minerale e una cuccia portatile mai usata. «Se metti il forno lì, schiacci i miei parastinchi nuovi!»
«Al diavolo i parastinchi!» ringhiò Emy, aprendo la portiera del guidatore e lanciandosi al posto di comando. «Max, buttalo sul sedile posteriore in mezzo ai ragazzi! Fabiano, tienilo fermo! Se quello sportello si apre anche solo di un millimetro, siamo tracciabili come un iPhone all'Apple Store!»
Brando non aspettò inviti. Con un balzo atletico che smentiva la sua pigrizia abituale, si tuffò nel bagagliaio sopra i borsoni, abbaiando felice. Per lui, quella era una gita inaspettata.
Max riuscì a incastrare il microonde tra i due seggiolini (che i ragazzi non usavano da dieci anni ma che avevano lasciato segni indelebili sulla tappezzeria). Fabiano abbracciò l'elettrodomestico. «È freddo,» si lamentò. «E puzza di popcorn bruciati. È questa la nostra eredità? Fuggire con un elettrodomestico?»
«Zitto e tienilo chiuso,» ordinò Max, sedendosi al posto del passeggero e allacciandosi la cintura con mani tremanti. «Emy, accendi. Emy, parti. Emy, ora!»
Emy girò la chiave. Il motore diesel fece il suo solito rumore da trattore asmatico: Chug-chug-chug... vroom.
«Brava bambina,» sussurrò Emy al cruscotto, accarezzando il volante. «Non farmi fare brutta figura davanti ai cattivi.»
Mentre la serranda elettrica del garage si alzava con la sua esasperante lentezza (un meccanismo che Emy aveva sempre promesso di far oliare), videro le gambe dei due uomini nel vialetto. I mocassini senza calze. Le pistole (o qualcosa che ci assomigliava molto) luccicarono sotto la luce del lampione stradale.
«Ci hanno visti!» urlò Davide. «Mamma, retromarcia tattica!»
Emy non aveva bisogno di suggerimenti. Ingranò la retro.
«Reggetevi forte. E tenete chiuso quel maledetto sportello!»
L'auto schizzò fuori dal garage come un tappo di spumante, abbattendo con una precisione chirurgica il bidone della raccolta differenziata. Uno degli uomini, quello col cappotto cammello, fu costretto a saltare nell'aiuola delle ortensie per non essere investito. L'altro, più reattivo, alzò l'arma. PAM. Un rumore secco. Lo specchietto retrovisore destro esplose in una nuvola di frammenti.
«Hanno sparato!» gridò Max, sbiancando. «Hanno sparato alla Picasso! Emy, quella non è una pistola a salve!»
«Mi hanno rotto lo specchietto,» disse Emy, la voce pericolosamente bassa. «Quello specchietto costava duecento euro più manodopera. Adesso è personale.»
Sterzò violentemente a sinistra, facendo fischiare le gomme invernali. L'auto si immise sulla strada principale, il motore su di giri che urlava pietà.
«Ci inseguono!» fece notare Fabiano, guardando dal lunotto posteriore, stretto al microonde come un naufrago a una zattera. «Hanno una berlina nera. BMW Serie 5, credo. Trazione posteriore, ottima ripresa. Mamma, statisticamente ci prendono in tre minuti.»
«La statistica non tiene conto delle rotonde,» rispose Emy, stringendo il volante a ore 9 e ore 3. «E non tiene conto che io conosco questo quartiere meglio di loro. Max, apri Waze. Dimmi dove c'è traffico per evitarlo.»
«Waze?» Max stava armeggiando col telefono. «Emy, stiamo scappando da gente che ha tecnologia militare. Waze ci dirà solo dove sono gli autovelox! E comunque... destra! Gira a destra!»
Emy ignorò il marito e girò a sinistra, imboccando una stradina stretta a senso unico.
«Ma è contromano!» urlò Davide.
«Sono le dieci di sera, non c'è nessuno,» rispose Emy tranquilla, scalando marcia. «Questa porta al parcheggio del supermercato. Possiamo tagliare per il retro e uscire sulla statale.»
Dietro di loro, i fari allo xeno della BMW illuminarono l'abitacolo a giorno. Erano vicini. Troppo vicini. La monovolume, carica di quattro persone, un cane e un forno, rollava nelle curve come una nave in tempesta.
Davanti a loro, la strada finiva in una T. A destra, la statale veloce. A sinistra, la zona industriale abbandonata. Dritto, una recinzione di rete metallica che delimitava un cantiere edile.
«Destra, destra!» urlò Max.
«Troppo prevedibile,» disse Emy. «Loro hanno più cavalli. Sulla statale ci affiancano e ci sparano come al tiro a segno.»
«E allora dove vai?» chiese Fabiano, vedendo che la madre non accennava a frenare.
Emy sorrise. Un sorriso che la sua famiglia conosceva bene. Quello che veniva fuori quando trovava la mossa vincente in una partita che tutti davano per persa.
«Scorciatoia. Tenetevi forte. E tenete chiuso quel forno.»
Emy sterzò bruscamente verso il cantiere. La Picasso saltò sul marciapiede, sfondò una transenna di legno provvisoria con un CRASH spettacolare e atterrò sulla ghiaia, sollevando una nuvola di polvere. La BMW dietro di loro frenò all'ultimo, inchiodando sull'asfalto per non distruggere le sospensioni sportive su quel terreno accidentato.
La monovolume rimbalzò tra le buche come un canguro ubriaco. BONG. SBAM. CLANG.
«Le sospensioni...» piagnucolò Max. «Addio ammortizzatori...»
«Zitto, Max! Guarda!» indicò Emy.
Attraversarono il cantiere al buio, uscendo dall'altra parte su una strada secondaria deserta. I fari della BMW erano spariti dietro la collina di detriti.
«Li abbiamo seminati,» disse Davide, con la bocca piena di patatine. «Grande mà! Sei meglio di Vin Diesel.»
Emy rallentò, riprendendo un'andatura civile. Il cuore le batteva a mille, ma le mani erano ferme.
«Non cantate vittoria,» disse, guardando l'ora sul cruscotto. «Siamo vivi, ma abbiamo un problema.»
«Quale?» chiese Fabiano.
«Siamo quattro ricercati su una monovolume grigia con uno specchietto rotto, un cane affamato e un forno a microonde rubato che contiene un segreto di stato,» elencò Emy. «E non abbiamo cenato.»
«C'è un problema più grande,» disse Max, guardando il display del suo telefono. «Quale?»
«Ho appena ricevuto una notifica dalla banca. Qualcuno ha provato a usare la tua carta di credito. Quella che hai usato al ristorante.»
Emy inchiodò al semaforo rosso (perché anche i fuggitivi rispettano il codice della strada, se non sono inseguiti).
«Hanno clonato la mia carta?»
«No,» disse Max, pallido. «L'hanno tracciata. Sanno chi sei, Emy. Sanno dove abitiamo. E sanno che non abbiamo mangiato il pollo.»
Il microonde, sul sedile posteriore, emise un BEEP solitario, spettrale. Fabiano lo guardò terrorizzato. «Papà... perché ha fatto beep? Non è attaccato alla corrente.»
Max si girò lentamente. «Condensatori residui? O forse... ha una batteria interna di backup che si è appena attivata.» Il led verde all'interno, visibile attraverso la grata dello sportello, cambiò colore. Diventò rosso.
«Brutto segno?» chiese Davide.
«Pessimo,» rispose Max. «Significa che si è arrabbiato. O che sta chiamando casa.»
Il Portellone e l'Elicottero
La BMW nera li aveva ripresi ed era ormai incollata al paraurti posteriore della Picasso. I fari allo xeno accecavano Fabiano e Davide, che si coprivano gli occhi con le mani, stretti intorno al forno a microonde come se fosse un fuoco da campo.
«Sono troppo vicini!» urlò Max, guardando terrorizzato nello specchietto centrale. «Se ci toccano a questa velocità, con il baricentro alto che abbiamo, ci ribaltiamo come una tartaruga!»
Emy strinse il volante. Gli occhi saettavano tra la strada buia e il retrovisore. «Non ci toccheranno,» disse, con una strana calma. «Ricordate quel problema alla serratura del portellone? Quello che Max doveva riparare sei mesi fa?»
«Non è il momento di rinfacciarmi i lavori domestici!» gridò Max.
«Non te lo sto rinfacciando,» rispose Emy, sterzando bruscamente verso un dosso artificiale che aveva visto all'ultimo secondo. «Lo sto usando come arma tattica.»
La Picasso prese il dosso a velocità illegale. BADABUM. L'auto sobbalzò violentemente. Le sospensioni gemettero. E poi, successe.
Il gancio difettoso del portellone posteriore cedette di schianto. Il baule si spalancò verso il cielo notturno come la bocca di uno squalo. La forza centrifuga e la gravità fecero il resto.
Due borsoni da calcio enormi, pieni di divise sudate, scarpini tacchettati e parastinchi rigidi, scivolarono fuori, seguiti da una rete contenente sei palloni da allenamento gonfiati al massimo.
Il bombardamento fu immediato e devastante. La BMW, con il suo assetto sportivo rasoterra, non ebbe scampo. Un borsone finì dritto sotto le ruote anteriori, incastrandosi nel passaruota. I palloni rimbalzarono ovunque, uno dei quali colpì il parabrezza dell'inseguitore con un tonfo sordo.
Nello specchietto, Emy vide la berlina nera sbandare, fumare dalle ruote anteriori e fermarsi di traverso in mezzo alla carreggiata, sconfitta non da armi laser o mine anticarro, ma dall'attrezzatura della Polisportiva San Donato.
«Il mio borsone!» urlò Davide, voltandosi a guardare il disastro. «Avevo dentro le Predator nuove!»
«Ti compro un paio nuovo,» promise Emy, accelerando. «Hai appena salvato la famiglia con i tuoi calzini sporchi.»
Ma la vittoria fu breve. Pochi chilometri dopo, mentre si dirigevano verso una zona industriale abbandonata per nascondersi, il cruscotto della Picasso si illuminò come un albero di Natale. Spie rosse, gialle, arancioni. Il motore tossì una volta. Due volte. Poi, con un ultimo rantolo metallico che suonava come una resa incondizionata, si spense.
L'auto proseguì per inerzia per qualche metro, fermandosi nel silenzio assoluto di un campo buio, lontano dai lampioni.
«È morta,» decretò Max, senza nemmeno provare a girare la chiave. «Guarnizione della testata, credo. O forse si è semplicemente rifiutata di continuare a vivere così.»
Scesero dall'auto nel buio. Faceva freddo. Brando scese per ultimo, stiracchiandosi e annusando l'aria notturna, ignaro del pericolo. Emy si appoggiò al cofano fumante, stringendo le braccia al petto.
«Bene. Siamo a piedi. Con un cane, un forno a microonde che lampeggia di rosso e due figli affamati. Qualche idea geniale, Max?»
Prima che Max potesse rispondere, un rumore ritmico iniziò a riempire l'aria. TUP-TUP-TUP-TUP. Un battito profondo, che faceva vibrare lo sterno. Il vento si alzò all'improvviso, piegando l'erba del campo intorno a loro.
«Cos'è?» chiese Fabiano, alzando la voce per sovrastare il rumore. «Un drone?»
«Troppo grande per essere un drone,» urlò Max, guardando in alto.
Poi, la luce. Un faro accecante, bianco e potente come un sole artificiale, si accese sopra le loro teste, inchiodandoli al suolo. Emy coprì gli occhi con un braccio. Brando iniziò ad abbaiare furiosamente contro il cielo.
Un elicottero nero, senza contrassegni visibili, scendeva in verticale a cinquanta metri da loro e sollevava polvere e foglie secche. Aveva la sagoma di una macchina militare, forse un NH90.
«Mamma!» urlò Davide. «Ci bombardano?»
«Stai giù!» ordinò Emy, spingendo i figli verso la carcassa della Picasso.
L'elicottero toccò terra. I portelloni laterali scorsero via. Quattro figure scesero con movimenti fluidi e coordinati. Indossavano tute tattiche nere, elmetti con visori notturni e imbracciavano fucili d'assalto che non sembravano giocattoli.
Si aprirono a ventaglio, circondando la famiglia. Le armi erano puntate verso il basso, ma pronte a scattare. Una voce amplificata da un megafono ruppe il frastuono dei rotori.
«FERMI! MANI IN VISTA! NON FATE GESTI BRUSCHI!»
Emy alzò le mani. Max fece lo stesso, tenendo il microonde (che si era portato dietro per istinto) sollevato sopra la testa come un'offerta sacrificale.
«Non sparate!» urlò Emy, con la voce ferma ma il cuore in gola. «Siamo civili! Abbiamo solo ordinato una cena sbagliata!»
Uno dei soldati avanzò. Non sembrava minaccioso come i tizi della BMW. Si muoveva con una disciplina diversa. Abbassò leggermente l'arma e si avvicinò a Max. Guardò il forno a microonde. Guardò il led rosso che pulsava attraverso la grata.
Il soldato premette un tasto sulla sua radio. «Comando, obiettivo agganciato. La famiglia è al sicuro. Il Package è contenuto in... ehm... un elettrodomestico schermato. Ripeto: il Package è sicuro.»
Il soldato si tolse il visore, rivelando un volto giovane e serio. Guardò Emy. «Signora? Signor Max?»
Emy annuì lentamente. «Emy.»
«Dovete venire con noi. Adesso. Quell'auto non vi porterà da nessuna parte e gli uomini che vi inseguivano hanno rinforzi in arrivo.» Indicò l'elicottero con un gesto perentorio. «Salite a bordo. Vi portiamo al sicuro.»
«Al sicuro dove?» chiese Fabiano, sospettoso. «Chi ci garantisce che non sia un rapimento di stato?»
«Fabiano, sali su quel maledetto elicottero o ti ci spingo a calci!» urlò Emy.
«E il cane?» chiese Davide. «Non lascio Brando qui.»
Il soldato guardò il pitbull, che stava annusando i suoi scarponi tattici scodinzolando. «Caricate anche il cane,» sospirò il militare. «Ma tenetelo lontano dai comandi di volo.»
Emy guardò la sua vecchia auto fumante, poi guardò l'elicottero. Guardò Max, che stringeva il microonde come se fosse il suo terzo figlio.
«Andiamo,» disse Emy, prendendo il comando per l'ultima volta quella sera. «Ma spero che dove ci portate abbiano un servizio in camera decente. Sto ancora aspettando i miei involtini.»
Mentre l'elicottero si sollevava nel cielo notturno, lasciando la Picasso abbandonata nel campo, Emy guardò fuori dal finestrino. La città brillava sotto di loro, sempre più piccola. Non sapeva dove li stavano portando, ma sapeva una cosa: chiunque le avesse rovinato la cena non l'avrebbe passata liscia.