Release 09: Protocollo Kevin

Release 09 di 15Level 44, Book 0118 min di lettura3858 parole

7 scene in questa release
  1. Ospiti Indesiderati
  2. Il Piano della Casalinga
  3. Trappole e Tegole
  4. L'Escalation del Caos
  5. Il Ritorno dei Gemelli
  6. Il Ping-Pong
  7. Il Ciao

Ospiti Indesiderati

Brando accolse il motore con un ringhio verso la mulattiera e si piazzò davanti alle ginocchia di Emy.

Il rumore del motore arrivò prima della luce. Un diesel pesante che masticava la ghiaia della mulattiera con la pazienza di chi sa che la preda non ha dove scappare.

Emy chiuse lo stradario e lo infilò nella cintura come un'arma. «Quanti?»

Fabiano era appiattito contro lo stipite del portone, un occhio fuori nella fessura. «Un SUV nero. Due, no, tre figure a piedi dietro. Avanzano a ventaglio.» Una pausa. «Mocassini lucidi nel fango. Sono i nostri amici eleganti.»

I Gemelli. Emy li aveva visti solo una volta, nella fuga dalla casa, ma Ferro li aveva descritti dettagliatamente durante il briefing all'agriturismo: Marco e Luca, operativi di basso rango, vanitosi, sincronizzati, pericolosi più per ostinazione che per intelligenza. E qualcun altro con loro.

«Ferro.» Emy si girò verso il Colonnello, che stava già controllando il caricatore della Beretta. «Quanti colpi?»

«Undici. Più quelli che ho nel buonumore, che sono zero.»

«Undici colpi, tre avversari almeno, probabilmente armati meglio di noi.» Emy fece un rapido calcolo mentale, il tipo che faceva in automatico quando in Clash of Clans vedeva un esercito da quaranta unità puntare su un villaggio con due torri. «Non basta. Ci serve un altro piano.»

Davide si alzò dalla panca. «Tipo?»

Emy guardò il borgo dalla finestra laterale della chiesa. Case senza tetto. Vicoli stretti come budelli. Muri a secco alti fino al petto. Scale che portavano a niente. Un labirinto medievale costruito per gente che aveva paura dei Saraceni, dei lupi e del fisco papale, un panico architettonico vecchio di settecento anni che adesso tornava tremendamente utile.

«Tipo Kevin McCallister,» disse Emy.

Davide la fissò. «Mamma, ho perso l'aereo? Seriamente?»

«Due bambini l'hanno usato per annientare due criminali adulti con vernice, fili e oggetti di casa. Noi siamo cinque, più un cane e un'intelligenza artificiale. Loro sono tre con le scarpe sbagliate.» Emy indicò il borgo. «Là fuori abbiamo una fortezza medievale con trappole già incorporate. Dobbiamo solo attivarle.»

Max alzò la mano. «Tecnicamente Kevin era uno solo …»

«Max.»

«… e il film ha due sequel, tutti con rendimenti decrescenti, il che suggerisce …»

«Max. Abbiamo forse cinque minuti. Muoviti.»

Il Piano della Casalinga

Emy distribuì i ruoli con la velocità di chi smista biancheria: automatica, precisa, senza margine di discussione.

«Ferro, lei è l'unico con un'arma vera. Si posizioni dentro la chiesa, in copertura dietro l'altare. È la nostra ultima linea. Non spari a meno che non entrino qui dentro, e anche in quel caso solo se necessario, perché undici colpi devono durare.»

Ferro annuì senza obiettare. Era un soldato. Sapeva riconoscere un ordine competente anche quando veniva da una donna che citava film natalizi.

«Davide. Vedi quel muro crollato a metà nel secondo vicolo? Quello con le pietre grosse come cuscini?»

«Sì.»

«Sali sopra. Aspetta. Quando qualcuno passa sotto, spingi tutto giù. Poi corri verso la fontana e nascondi dietro il bacile. Se hai bisogno di qualcosa da lanciare, usa le tegole, ce ne sono a terra ovunque, rotte e perfette per far male.»

Davide sorrise. Non era il sorriso di un ventunenne spaventato, era il sorriso di un ragazzo cresciuto tirando pallonate contro un muro per anni e che finalmente aveva dei bersagli veri. «Come un Donkey Kong che lancia barili.»

«Esatto. Solo che i barili sono pietre del Trecento e tu non sei una scimmia. Anche se a volte ho i miei dubbi.»

«Fabiano.» Emy puntò il dito verso il primo piano della casa accanto alla chiesa, l'unica con una scala interna ancora agibile che portava a una finestra affacciata sul vicolo principale. «Tu vai lassù. Non fare niente di fisico. Il tuo lavoro è parlare.»

Fabiano raddrizzò la schiena con aria offesa. «Sono un profiler, non un clown da balcone.»

«Esatto. Sei un profiler. Questi sono agenti NEXUS ossessionati dall'apparenza, dall'efficienza e dalla percezione di sé. Tu sei il miglior demolitore di autostima che conosca. Distraili. Irritali. Fagli commettere errori. Fai quello che sai fare meglio: rendili insicuri.» Emy si girò verso Davide. «Nel furgone c'era un megafono militare nella cassetta laterale. Vai a prenderlo.»

Davide tornò in quaranta secondi, col megafono in mano. Lo passò a Fabiano, che lo sopesò con la reverenza di un violinista che riceve uno Stradivari.

«Stai dicendo che devo usare la psicologia come arma a distanza?»

«Sto dicendo che il tuo ego, per una volta, ha un'utilità tattica. E con quello, in questo borgo, la tua voce rimbalzerà da ogni muro. Non capiranno da dove arrivi.»

Un lampo passò negli occhi di Fabiano. Girò sui tacchi e salì le scale con la grazia offesa di un gatto che sa di aver vinto il dibattito ma finge il contrario, il megafono stretto sotto il braccio come una mazza da polo.

«Max, tu vieni con me. Pinocchio, tu tieni gli occhi sui loro dispositivi. Se agganciano qualcosa via WiFi o Bluetooth, se si mandano messaggi, se accendono o spengono qualcosa, ce lo dici.»

«Posso anche hackerare i loro telefoni se sono nel raggio,» disse Pinocchio dall'altoparlante portatile. «Ma per quello mi serve che si avvicinino a meno di venti metri.»

«Perfetto. Si avvicineranno. Glielo garantisco.»

E poi Emy guardò Brando. Il pitbull era in piedi, immobile, il corpo compatto come un blocco di granito muscoloso, gli occhi fissi sulla porta della chiesa. Non tremava. Non mugolava. Aspettava.

«Brando,» disse Emy, abbassandosi per grattarlo dietro l'orecchio. «Tu sei la cosa peggiore che può capitare a qualcuno in un vicolo buio.»

La coda di Brando oscillò una singola volta. Confermato.

Trappole e Tegole

I NEXUS entrarono nel borgo dalla mulattiera principale con la sicurezza di professionisti abituati a entrare ovunque. Emy li osservò dalla finestra della casa attigua alla chiesa, appiattita contro il davanzale con Max accanto a lei, entrambi trattenendo il respiro.

Erano quattro. Non tre.

Marco e Luca, i Gemelli, camminavano in testa, spalla a spalla come sempre, con giubbotti tecnici neri e facce da funerale. Dietro di loro, due figure più grosse in abiti tattici, con auricolari e quell'andatura larga da palestra che urlava leg day da ogni passo.

E tutti e quattro avevano le scarpe sbagliate. Mocassini i Gemelli, ovviamente, e anfibi pesanti con la suola liscia gli altri due. Su un selciato di pietre irregolari coperte di muschio bagnato, era come camminare su un pavimento di sapone.

«Pinocchio, riesci a vedere qualcosa di utile?» sussurrò Emy.

«Rilevo quattro segnali Bluetooth attivi in avvicinamento. Tutti con dispositivi accesi. Non posso dirti dove sono di preciso, ma si stanno muovendo, l'intensità dei segnali cresce. Si avvicinano.»

Non si fermarono. I Gemelli avanzavano con quel misto di cautela professionale e fastidio personale che Emy aveva imparato a riconoscere: non erano spaventati, erano infastiditi dall'idea di doversi sporcare di nuovo le scarpe per recuperare un pacco che una famiglia qualsiasi continuava a non consegnare.

Perfetto, pensò Emy. L'arroganza è la trappola migliore.

Il primo a passare sotto il muro crollato fu uno dei due operativi grossi. Davide aspettò, Emy lo vide dalla finestra, rannicchiato in cima come un gargoyle sportivo, e poi spinse.

Trenta chili di pietre medievali caddero con un frastuono che svegliò ogni eco del borgo. L'operativo si gettò di lato urlando, le pietre gli mancarono il corpo per venti centimetri ma gli presero in pieno lo zaino tattico, strappandoglielo dalla schiena e sparpagliandone il contenuto, torce, fascette, un panino incartato che rotolò nella polvere come una palla da bowling triste.

«CONTATTO!» urlò Marco, o Luca, Emy non li distingueva ancora, e tutti si appiattirono contro i muri.

E fu in quel momento che Fabiano entrò in scena.

«Buongiorno, signori!» La voce di Fabiano esplose dal megafono e rimbalzò tra le pareti di pietra del borgo come un tuono articolato, moltiplicandosi nei vicoli fino a diventare un coro onnipresente impossibile da localizzare. I quattro NEXUS si bloccarono e si guardarono intorno, le teste che giravano a scatti in direzioni diverse. «Vorrei segnalare che la vostra risposta tattica all'imprevisto tradisce un addestramento di tipo paramilitare privato, probabilmente dell'Europa dell'Est, con un evidente deficit nella componente di gestione dello stress. Il soggetto che ha urlato "contatto" ha mostrato un'elevazione vocale di almeno mezzo tono rispetto alla baseline, il che suggerisce una cortisolo-dipendenza non risolta, probabilmente legata a un'infanzia competitiva con un fratello maggiore più dotato fisicamente. Sto sbagliando?»

Silenzio assoluto nel vicolo. Emy vide i quattro NEXUS guardarsi intorno freneticamente, cercando di capire da dove venisse quella voce, il megafono e l'eco dei vicoli la facevano rimbalzare da ogni direzione, come se il borgo stesso stesse parlando. Non era il tipo di resistenza per cui erano addestrati.

«CHI DIAVOLO SEI?» urlò uno dei Gemelli.

«Sono uno studente di psicologia al primo anno,» rispose Fabiano con calma olimpica. «E voi siete quattro adulti con problemi di attaccamento che inseguono una famiglia per conto di un'organizzazione con un nome da antivirus gratuito. NEXUS. Suona come qualcosa che trovi preinstallato su un laptop dell'Euronics.»

Emy dovette mordersi il labbro per non ridere. Accanto a lei, Max emise un suono che poteva essere una risata soffocata o un'ulcera che si apriva.

Mentre i quattro erano distratti a guardare in alto, Brando entrò in azione.

Il pitbull si era mosso in silenzio lungo il vicolo parallelo, Emy non l'aveva visto sgattaiolare fuori dalla chiesa, e questo la rese simultaneamente fiera e terrorizzata, e ora sbucò all'angolo dietro l'ultimo operativo come un siluro di muscoli a pelo raso. Non attaccò. Fece qualcosa di molto peggio: ringhiò.

Nel silenzio del borgo abbandonato, quel ringhio basso e cavernoso rimbalzò tra le pareti di pietra e si moltiplicò, diventando un suono che sembrava venire da tutte le direzioni contemporaneamente. L'eco del vicolo trasformò trenta chili di pitbull in qualcosa che suonava come un mastino dell'inferno da novanta.

L'operativo si girò di scatto, vide due occhi gialli nel buio del vicolo e fece l'unica cosa sensata: saltò indietro. Sul muschio bagnato. Con gli anfibi a suola liscia.

Le gambe gli partirono da sotto come se qualcuno avesse tirato un tappeto. Atterrò sulla schiena con un tonfo che fece tremare i muri e rimase steso, senza fiato, a fissare il cielo con l'espressione di un uomo che sta riconsiderando tutte le scelte professionali della sua vita.

Brando gli si avvicinò, gli annusò la faccia con attenzione critica, poi gli leccò il naso con una generosità che il tizio non aveva né chiesto né meritato. Dopodiché, si sedette accanto a lui come un infermiere che aspetta il paziente si riprenda.

«Brando, vieni qui!» sibilò Emy dalla finestra.

Il pitbull alzò la testa, la guardò con un'espressione che diceva chiaramente sto lavorando, e non si mosse.

L'Escalation del Caos

Brando continuava a presidiare il vicolo, abbastanza vicino all'operativo caduto da impedirgli qualsiasi gesto eroico.

I venti minuti successivi furono i più assurdi della vita di Emy. E considerando che aveva scambiato una cena cinese con un'arma segreta di stato, era un primato notevole.

Marco e Luca, separati dalla caduta delle pietre e dal panico del collega a terra, cercarono di aggirare il vicolo principale e accedere alla chiesa da dietro. Trovarono il passaggio bloccato da una catasta di tegole rotte che Davide aveva ammucchiato contro il muro posteriore, non una barricata professionale, più un muro della vergogna fatto di terracotta sbriciolata, ma abbastanza alto da rallentarli.

Marco, o forse Luca, tentò di scavalcare. Una tegola si spezzò sotto il suo peso e il piede gli scivolò, facendogli fare un passo falso che lo portò a sedersi involontariamente su un cespuglio di ginestra selvatica. Le spine attraversarono i pantaloni come aghi e il grido che lanciò fu qualcosa tra il dolore genuino e l'offesa personale.

Dall'alto, o da destra, o da sinistra, o da ovunque, perché il megafono e i vicoli rendevano impossibile capirlo, Fabiano commentò: «Classificazione diagnostica: somatizzazione del narcisismo ferito. Il soggetto reagisce al dolore fisico con indignazione piuttosto che con autocura, il che indica una struttura ego-centrica che …»

«PIANTALA DI PARLARE!» urlò il Gemello dalla ginestra.

«Il fatto che lei percepisca la verità come un'aggressione è esattamente il tipo di difesa primitiva che …»

Una raffica sparata in aria interruppe l'analisi. Non verso una finestra specifica, spararono in tre direzioni diverse, cercando di colpire un fantasma che non era dove pensavano. Fabiano si ritirò dalla finestra alla velocità della luce, il megafono stretto al petto come un peluche, e per tre secondi smise di essere un profiler e tornò ad essere un diciannovenne terrorizzato. Ma solo per tre secondi.

«Hanno sparato,» disse Max, pallido, accanto a Emy.

«In aria,» precisò Emy, che aveva contato. «Frustrazione, non esecuzione. Stanno perdendo la testa. Bene.»

Pinocchio intervenne dall'altoparlante portatile: «Emy, Rossi ha lasciato nella navata una radio ricetrasmittente sintonizzata sul canale che stanno usando. Non posso violare le loro radio e non posso trasmettere da solo. Ma se Max appoggia la ricetrasmittente al mio altoparlante, posso offrire un contributo culturale.»

Emy guardò Max. «Fallo.»

Max premette il tasto di trasmissione e accostò la radio all'altoparlante. Un secondo dopo, Baby Shark invase il canale operativo dei NEXUS e rimbalzò dalle loro radio nel borgo abbandonato.

Du du du du du du.

Uno dei tizi strappò l'auricolare dall'orecchio. Un altro batté il palmo sulla radio come se potesse schiacciare la canzone. Il canale cambiò dopo pochi secondi, ma quei pochi secondi bastarono a spezzare il coordinamento e a far sorridere Emy nel momento meno adatto.

«La definirei guerra psicologica assistita da un pollice umano,» disse Pinocchio. «Tecnicamente non ho hackerato niente. Emotivamente, è un successo.»

Il Ritorno dei Gemelli

Brando arretrò fino all'imbocco del vicolo centrale e tenne entrambi nel proprio campo visivo.

Ma i Gemelli erano fatti di pasta diversa. Marco e Luca non si facevano distrarre dalla musica o dalla psicologia. Si erano separati, aggirando le trappole con una metodicità che Emy trovò rispettabile e preoccupante.

Li vide convergere sulla chiesa da due direzioni diverse. Uno dal vicolo nord, uno dalla scalinata laterale. Coordinati, silenziosi, le armi lungo il fianco. Professionisti veri, nonostante i mocassini.

«Li vedete?» chiese Pinocchio.

Emy si sporse appena. Una sagoma costeggiava il muro a destra; l'altra aveva imboccato la scalinata laterale. «Si sono separati. Uno per lato.»

«Allora si stanno coordinando. Se entrano nella chiesa e Ferro risponde, avremo uno scontro a fuoco in uno spazio chiuso.»

Emy strinse i denti. Non poteva permettere che si arrivasse alle armi. Non con i ragazzi nel perimetro.

«Max,» disse. «La fontana.»

Max la guardò. «La fontana è secca da …»

«Non quello. Il tubo. Il tubo di collegamento è ancora agganciato al muro. Se lo stacco, è rame, è vecchio, è lungo almeno due metri, posso bloccarlo contro il portone della chiesa come una sbarra trasversale.»

Max seguì lo sguardo di Emy verso il tubo. Corsero fuori dal retro della casa, chini come ladri, mentre i Gemelli avanzavano verso la facciata. Max tirò il rame con la forza della disperazione, si staccò con un gemito metallico e una nuvola di polvere verde, e insieme lo infilarono nelle maniglie del portone, incastrandolo contro gli stipiti di pietra.

Non era una barricata permanente. Ma avrebbe rallentato un'entrata di almeno trenta secondi. Abbastanza per il prossimo atto.

Davide arrivò di corsa dal vicolo laterale. Aveva le mani nere di polvere, i capelli pieni di muschio e un sorriso feroce. «Li ho sentiti. Vengono davanti?»

«Davanti. Due.»

«Mamma, posso farti una proposta?»

«Veloce.»

«La scala della cantina di quella casa là …» indicò la costruzione accanto alla chiesa, quella dove Fabiano era ancora appostato «… è completamente marcia. Se qualcuno ci cammina sopra senza saperlo, sfonda e cade di sotto. Mezzo metro, forse un metro. Non letale, ma …»

«… ma umiliante.» Emy valutò. «Come li porti lì?»

«Li provoco. Esco, mi faccio vedere, corro dentro. Loro mi seguono.»

«Davide, non sei un'esca. Sei mio figlio.»

«Mamma, sono quello che regge l'urto. È letteralmente il mio lavoro. Lo dice anche Fabiano, e di solito quando parla così lo ascoltiamo, ma il punto è…»

«Vai.» Emy lo disse prima che il cuore le impedisse di farlo.

Davide scomparve nel vicolo. Dieci secondi dopo, la voce esplose nel silenzio del borgo:

«EHI! QUELLI CON I MOCASSINI! BELLO SCIVOLARE NEL FANGO, EH? IL VOSTRO CAPO PAGA L'ASSICURAZIONE INFORTUNI O VI TOCCA IL PUBBLICO?»

Due sagome scattarono verso la voce. Davide aspettò di essere visto, piantato in mezzo al vicolo come un bersaglio al luna park, poi sparì dentro la casa. I Gemelli lo seguirono. Emy sentì il rumore dei passi sui gradini, poi il crack secco del legno marcio che cede, poi un urlo di sorpresa, poi un tonfo sordo accompagnato da una serie di imprecazioni in un italiano così colorito che persino Fabiano, dal piano di sopra, annuì con rispetto professionale.

Davide sbucò dalla finestra laterale, si calò e atterrò nel vicolo come se smontasse da un muretto del liceo. Si guardò le mani e mormorò: «Kevin sarebbe fiero di me.»

Il Ping-Pong

Emy si concesse dieci secondi di puro sollievo. I Gemelli erano nella cantina, furiosi ma temporaneamente bloccati. I due operativi erano uno senza telefono e l'altro con le spine di ginestra ancora nelle natiche. Brando presidiava il vicolo centrale come una sfinge muscolosa. Davide si stava togliendo il muschio dai capelli. Fabiano era in silenzio per la prima volta in un'ora, il che probabilmente significava che stava preparando un'analisi ancora più devastante.

E Pinocchio non aveva parlato da venti minuti.

Emy lo notò nel modo in cui una madre nota il silenzio di un bambino in una casa rumorosa: con un allarme immediato.

«Pinocchio. Dove sei?»

Una pausa. Poi la voce dell'IA arrivò spogliata del sarcasmo e dell'ansia. Emy non gli aveva mai sentito una concentrazione così netta.

«Emy. Mentre voi giocavate a Kevin McCallister, e per la cronaca, la vostra esecuzione è stata un solido sette su dieci, la trappola della cantina meritava un otto, ho continuato a leggere l'accelerometro del telefono sulla lastra.»

Max si raddrizzò. «E?»

«Ho isolato una sequenza ripetuta. Non l'ho decodificata e non so se sia un protocollo. Ma il ritmo cambia secondo uno schema compatibile con una richiesta e un'attesa.»

Emy sentì un brivido salirle lungo la colonna vertebrale. «Cosa hai trovato?»

«Max, la metafora meno sbagliata che ho è un handshake. Un computer chiama, l'altro risponde, il primo conferma. Quello che misuro potrebbe essere la prima parte. Potrebbe anche essere solo una risonanza che sto antropomorfizzando.»

Max si passò una mano sulla bocca. «Stai dicendo che potrebbe aspettare una risposta.»

«Sto dicendo che è un'ipotesi. Non sappiamo quando abbia iniziato né chi l'abbia già trovata.»

«E tu ce l'hai,» disse Emy. Non era una domanda.

«Posso tentare. Il telefono di Ferro è ancora sulla lastra. Posso comandarne il motore aptico e produrre una serie di impulsi meccanici, poi leggere la risposta con l'accelerometro. Sarebbe un colpo alla porta, non una conversazione.»

Il silenzio nella navata divenne solido. Emy guardò Max. Max guardò Emy. Ferro, dietro l'altare, aveva smesso di controllare la Beretta e ascoltava con l'espressione di un uomo che percepisce di essere nel punto sbagliato della storia al momento sbagliato.

«Pinocchio,» disse Emy lentamente. «Se rispondi, cosa succede?»

«Non lo so. E io …»

«… sai sempre cosa sono le cose, sì. L'hai già detto. Ma questa volta?»

«Genuinamente non lo so. Potrebbe non succedere niente. Potrebbe cambiare l'oscillazione. Potrebbe attivare qualcosa che non sappiamo fermare.»

«Allora non lo fai,» disse Max.

Ferro abbassò la Beretta. «Lasciare l'oggetto qui non lo rende innocuo. Tra pochi minuti lo troveranno loro.»

«E rispondere al posto dell'intera specie sarebbe innocuo?» Fabiano era comparso sulla soglia con Brando incollato al ginocchio. Il cane aveva una foglia di ginestra sulla testa e nessuna intenzione di perderla. «Non sappiamo nemmeno se è una domanda.»

Davide guardò il portone che tremava sotto un colpo. «Sappiamo però chi avrà il telefono in mano se aspettiamo.»

Emy sentì le alternative stringersi: lasciare la sfera ai NEXUS, provare a distruggerla senza sapere come, oppure toccare un sistema che nessuno capiva. «Puoi mandare il minimo possibile?»

«Una sola sequenza. Nessun dato sulla famiglia, nessuna rete, nessun accesso oltre al telefono. Registro ogni misura e interrompo se cambia qualcosa.»

Emy guardò Max. Lui non annuì; le prese il polso. Fabiano aveva ancora la mascella serrata. Davide controllava il portone. Nessuno di loro aveva una risposta giusta da offrirle.

«Una sequenza,» disse Emy. «Poi stacchi il telefono. Al primo cambiamento.»

Fuori dalla chiesa, un rumore di legno spezzato. I Gemelli stavano uscendo dalla cantina.

I dieci secondi di tregua erano finiti.

Emy prese fiato. «Fallo.»

Il Ciao

Pinocchio non chiese conferma. Non chiese se era sicura. Non fece battute.

Per la prima volta, l'IA della famiglia che litigava sul latte e ordinava pizza con la voce rubata a un colonnello fece qualcosa in perfetto silenzio.

Il motore aptico del telefono partì sotto la lastra. Emy non poteva vederlo, ma sentì la sequenza attraverso la pietra: tre impulsi brevi, uno lungo, altri due brevi. Poi dal sottosuolo salì una vibrazione diversa, più forte di quella che avevano misurato. Le attraversò le suole e le serrò i denti.

Poi la pressione cessò.

E Pinocchio parlò.

Ma non con la voce di sempre. Con una voce sottile, spogliata di ogni sarcasmo, di ogni ansia, di ogni difesa. La voce di qualcosa che ha appena visto qualcosa di più grande di sé.

«Ho staccato il telefono. La vibrazione della sfera è cessata. Nello stesso istante, il mio generatore quantistico ha prodotto una sequenza ripetuta dove avrebbe dovuto esserci rumore.»

Max aveva il colore della cenere. «Stai dicendo che la sfera ha toccato il tuo chip?»

«Sto dicendo che i due eventi coincidono. Non ho rilevato WiFi, Bluetooth, radio o un collegamento fisico tra la cripta e il chip. Non so se uno abbia causato l'altro e non so se qualcosa abbia ricevuto la nostra sequenza.»

Il pavimento della chiesa tremò un'ultima volta. Un tremore breve, secco, definitivo.

Poi silenzio.

«La sfera non vibra più,» disse Pinocchio. «Questo è tutto ciò che posso affermare da qui. Per sapere se esiste ancora, dovremmo riaprire la lastra.»

Fuori, i Gemelli urlavano ordini. Gli operativi si stavano riorganizzando. L'assedio continuava.

Ma nella chiesa, nessuno dei cinque, sei, con Pinocchio, riuscì a pensare ai NEXUS per qualche secondo.

Brando entrò dal portone socchiuso, le unghie che ticchettavano sulle lastre, e si sdraiò ai piedi di Emy con un sospiro lungo e definitivo, come un cane che ha fatto la guardia tutta la notte e finalmente sente che il pericolo vero non è quello che sta fuori.

Emy guardò la lastra che copriva la scala. Sotto quella pietra, qualcosa aveva reagito al loro colpo e, nello stesso istante, il chip di Pinocchio aveva smesso di comportarsi come doveva. Non provava che un destinatario li avesse sentiti. Non provava nemmeno che fosse un messaggio.

Ci sente, aveva pensato la sera prima.

Adesso il pensiero era diverso. Più grande. Più pesante. Il tipo di pensiero che cambia la forma di tutto quello che viene dopo.

Qualcosa potrebbe averci sentiti.

«Bene,» disse Emy, e la voce uscì ferma perché era una madre e le madri tengono insieme il mondo anche quando il mondo si allarga troppo. «Un problema alla volta. Prima i tizi con i mocassini. Poi tutto il resto.»

Pinocchio non rispose. Per la prima volta da quando lo conoscevano, la latenza aveva il suono della paura.