Release 10: Qualcosa di Diverso

Release 10 di 15Level 44, Book 0120 min di lettura4447 parole

6 scene in questa release
  1. Il Riordino
  2. Due Donne e uno Stradario
  3. Il Carico
  4. Quello che Davide non Spiega
  5. Il Silenzio di Pinocchio
  6. Il Formicolio

Il Riordino

La prima cosa che Emy fece quando il silenzio tornò a essere silenzio vero, non la pausa tra un attacco e l'altro, non il respiro che precede un altro rumore di motore sulla mulattiera, ma silenzio finito, completo, senza minacce in coda, fu sedersi sullo scalino davanti alla chiesa e togliersi le scarpe.

Non era un gesto eroico. Non era poetico. Aveva un sasso dentro la scarpa sinistra da quando Davide aveva buttato giù il muro e le era rimbalzata addosso mezza montagna di terriccio medievale. Il sasso era piccolo, piatto, appuntito, e le aveva scavato una nicchia nell'arco plantare che adesso pulsava come un secondo cuore.

«Emy, non è il momento di …»

«Max. Ho un sasso nel piede da quaranta minuti. In quaranta minuti ho gestito un assedio, autorizzato una risposta a qualcosa che non capiamo e sentito il chip di Pinocchio cambiare sotto i miei piedi. Il sasso è l'unico problema che posso risolvere adesso. Dammi dieci secondi.»

Max non rispose. Dopo vent'anni di matrimonio, sapeva quando era inutile discutere, e Emy sapeva che lui lo sapeva.

Brando le si era piazzato accanto allo scalino. Non addosso, accanto. A mezzo metro esatto, tra lei e il vicolo che scendeva verso la mulattiera. Seduto, le orecchie dritte, la testa leggermente inclinata verso la direzione da cui erano arrivati i NEXUS. Non guardava Emy. Guardava il mondo per conto suo.

Emy lo notò. Notò anche che non l'aveva mai fatto prima, non così. Nel caos della notte aveva senso: adrenalina, rumore, confusione. Ma adesso il pericolo era finito e Brando non si era spostato. Non si era accucciato per dormire. Non aveva cercato Davide, che di solito era il suo cuscino preferito. Presidiava.

Sarà la stanchezza, pensò Emy. La stanchezza e troppo stress.

Si rimise le scarpe e si alzò.

Prima di occuparsi dei prigionieri, Emy, Max e Ferro avevano riaperto la lastra. Sul basamento non restava la sfera: soltanto polvere grigia, senza frammenti visibili. Quello almeno era un fatto osservato. Età, origine e destinazione dell'impulso restavano ignote.

Rossi e Ferro avevano gestito il finale. I Gemelli erano ancora in cantina quando il pavimento aveva tremato, e risalendo le scale a metà avevano trovato una Beretta e un'espressione di Ferro che non lasciava margine di discussione. Non avevano opposto resistenza.

Il borgo di Valle Cupa nella luce di febbraio sembrava uno di quei modellini di presepe che le famiglie napoletane montano a novembre e smontano a Pasqua, edifici aperti su un lato, stradine che non portano da nessuna parte, piccole figure immobili nei punti sbagliati. Solo che le piccole figure immobili, in questo caso, erano quattro operativi NEXUS in vario stato di umiliazione.

Il primo, quello che Brando aveva steso nel vicolo con un ringhio e una leccata, era seduto contro il muro con le mani sulla testa, lo sguardo vacuo di un uomo che ha smesso di prendere decisioni. Il secondo era accanto a lui, con le spine di ginestra ancora nei pantaloni e una gamba stesa in fuori perché piegarla faceva male. I Gemelli erano usciti dalla cantina una decina di minuti prima, e adesso Marco, o Luca, zoppicava vistosamente mentre l'altro si teneva il polso con una smorfia che parlava di legno marcio e atterraggi infelici.

La Tenente Rossi li stava gestendo.

Non aiutando a gestirli. Non partecipando alla gestione. Li stava gestendo lei, da sola, con l'efficienza chirurgica di trecento ripetizioni: il genere di gesto che si esegue nel sonno.

Emy la guardò lavorare. Rossi si muoveva tra i quattro con la calma precisa di un meccanico che smonta un motore: prima il disarmo, ogni arma, ogni coltello, ogni dispositivo tattico …, poi l'immobilizzazione con le fascette industriali dalla sua sacca tattica, poi il controllo delle tasche, poi la rimozione degli auricolari. Ogni prigioniero veniva fatto sedere a terra, spalle al muro, caviglie legate, mani dietro la schiena.

Niente urla. Niente minacce. Niente gesti inutili.

Uno dei Gemelli tentò di dire qualcosa, una protesta, un insulto, un tentativo di negoziazione, e Rossi lo zittì con un'occhiata che non conteneva rabbia né disprezzo: solo l'assoluta certezza che qualunque cosa stesse per dire era irrilevante. Il Gemello chiuse la bocca.

Brando si alzò, trotterellò verso il gruppo di prigionieri e annusò il primo con l'attenzione critica di un ispettore sanitario. L'operativo, quello con le spine, si irrigidì. Brando lo annusò da vicino, lento, metodico. Poi passò al secondo. Poi al terzo. Il quarto, il Gemello che aveva provato a parlare, trattenne il respiro quando il muso del pitbull gli arrivò a cinque centimetri dalla faccia.

Brando lo fissò. L'uomo lo fissò. Per tre secondi lunghi come un'era geologica, l'unico suono nel borgo fu il respiro teso di un professionista armato che cercava di non muovere un muscolo davanti a trenta chili di pitbull con un'opinione.

Poi Brando tirò su il muso, gli soffiò sul naso con l'aria di un verdetto già emesso, insufficiente, e trotterellò via verso Davide.

Davide lo guardò arrivare. «Bravo. Li hai fermati tu, tecnicamente.»

Brando si sedette ai suoi piedi, soddisfatto: turno completato, restava solo la cena.

Due Donne e uno Stradario

Rossi finì con i prigionieri in sette minuti. Quando ebbe finito, si avvicinò al furgone, estrasse una radio portatile dal kit laterale e la soppesò, poi guardò Emy.

«Signora Amalia. Le suggerirei di partire il prima possibile. Io faccio la chiamata dopo.»

Emy la fissò. «Dopo?»

«Dopo che saremo abbastanza lontani. Chiamerò i Carabinieri di zona con le coordinate del borgo e la posizione dei soggetti immobilizzati. I quattro non vanno da nessuna parte, sono legati bene, non hanno dispositivi, e il borgo è lontano da qualsiasi strada trafficata. Possono starsene comodi un paio d'ore.» Una pausa. «Ho annotato nomi operativi, codici equipaggiamento e numeri di serie delle armi. Il Colonnello potrà usare queste informazioni con i canali appropriati. Ma la priorità adesso è mettere distanza tra noi e questo posto prima che Tesla capisca cos'è successo e mandi qualcuno che non cade nelle trappole.»

Emy la guardò con occhi nuovi. Non era nuovo, da qualche giorno sentiva che Rossi non era semplice corredo militare. Ma in quel momento, davanti a una donna che aveva appena immobilizzato quattro operativi addestrati senza alzare la voce e che adesso pianificava la chiamata alle forze dell'ordine con il rigore di chi compila un rapporto fiscale, Emy vide qualcosa che riconosceva.

Rossi gestiva il caos con metodo, da professionista capace di scegliere anche oltre gli ordini.

Come me, pensò Emy. Solo che lei lo fa con le fascette e io con le pentole.

«Quanto tempo ci serve per arrivare al Gran Sasso?»

Rossi indicò il furgone con il mento. «Dipende dalle condizioni del mezzo e dalla strada. Stradario?»

Emy lo tirò fuori dalla cintura, il Touring Club 1998, la loro bibbia analogica da quando Max aveva isolato il modulo telematico del furgone con le forbici da pollo. Lo aprì sul cofano del furgone, le pagine gonfie di umidità e fango secco. Brando si piazzò sotto il cofano, tra le gambe di Emy, con l'aria di un consulente strategico che aspetta il suo turno.

Le due donne si chinarono insieme sulla mappa dell'Abruzzo interno come due generali sopra un tavolo di sabbia.

«Da qui alla A24 sono circa sessanta chilometri di strade provinciali,» disse Rossi, tracciando il percorso con il dito. «Poi autostrada fino all'uscita Assergi. Diciamo tre ore, forse tre e mezza con il furgone in queste condizioni.»

Emy guardava la mappa. E la mappa …

La mappa faceva qualcosa di strano.

Non si muoveva. Non brillava. Non c'erano frecce lampeggianti o cerchi rossi come nei giochi. Era solo carta, inchiostro e strade. Ma Emy vedeva qualcosa. Tre punti sul percorso, la provinciale per Castel di Sangro, il bivio della SS17 e l'ingresso della A24, che attiravano il suo sguardo come se fossero sottolineati. Non da una penna. Da qualcosa dentro di lei che diceva: lì possono intercettarci.

La certezza arrivò prima del ragionamento, come sapere dove stanno le torri su un campo da gioco prima di averle viste.

Emy chiuse lo stradario di scatto. Lo riaprì. I tre punti erano lì, normali, identici a tutte le altre intersezioni della pagina. Nessuna sottolineatura. Nessun cerchio. Solo carta da vent'anni.

Troppo stress. Troppo caffè. Troppo tutto.

«Signora?» Rossi la guardava.

«Niente. Stavo pensando.» Emy indicò i tre punti, uno alla volta. «Eviterei questi tre incroci. Sono i più esposti, visibilità aperta, nessuna alternativa di fuga laterale, probabile copertura ANPR.»

Rossi osservò i tre punti. Poi osservò Emy. «Ha ragione su tutti e tre. Ma come lo sa?»

Non lo so, pensò Emy. Lo vedo e basta.

«Gestione risorse,» disse ad alta voce. «Gioco a strategici e wargame da vent'anni. Age of Empires, Company of Heroes, Total War. Impari a leggere i terreni prima ancora di capire perché.»

Rossi non rispose. Ma Emy vide qualcosa cambiare nel suo sguardo, non sospetto, non diffidenza. Qualcosa più vicino al rispetto che non si può spiegare ma che si registra lo stesso.

«Avrei dovuto fermarvi,» disse Rossi, a bassa voce, mentre ripiegavano lo stradario. «Tre volte, da ieri sera.»

Emy la guardò. «E non l'ha fatto.»

«No.»

Una pausa. Il vento di febbraio passò tra le case sventrate del borgo portando odore di pietra bagnata e ginestra secca.

«Avevate ragione ogni volta,» disse Rossi.

Emy non rispose. Non c'era niente da dire. Ma piegò lo stradario e glielo mise tra le mani. «Mi aiuti a tracciare la rotta alternativa. Lei conosce le strade meglio di me.»

Non era vero. Con quel gioco strano che la mappa le faceva negli occhi, Emy probabilmente conosceva quelle strade meglio di chiunque altro nel furgone. Ma non era il punto. Il punto era che Rossi, per la prima volta, non stava ricevendo un ordine. Stava ricevendo un invito.

Il Carico

Partirono quarantacinque minuti dopo lo scontro. Il furgone governativo, sporco di fango fino al tetto, con la spia della riserva accesa come un monito arancione e l'abitacolo che sapeva di sudore, cane bagnato e terriccio feudale, si trascinò giù dalla mulattiera con la grazia di un frigorifero su rotelle.

Ferro guidava. Rossi sedeva al posto del passeggero con la radio pronta per la chiamata ritardata. Dietro, nel vano operativo, la famiglia si era distribuita con la geometria naturale della stanchezza: Max contro il pannello laterale con gli occhi chiusi, Fabiano rannicchiato nell'angolo opposto con il megafono ancora in grembo come un trofeo, Davide steso sulla panca con le gambe penzoloni e Brando accucciato tra Emy e il sedile del conducente, la testa appoggiata sulle ginocchia di lei.

Pinocchio era silenzioso. Emy se ne accorse al secondo chilometro, quando il furgone sbandò su una buca e nessuno commentò dalla scatola nera. Normalmente Pinocchio avrebbe detto qualcosa, una battuta sulla sospensione, un commento sarcastico sullo stile di guida di Ferro, una nota tecnica sull'assetto. Niente. Il led pulsava regolare, il che significava che era acceso, funzionante, presente. Ma muto.

Era come quando Davide aveva tre anni e smetteva di fare rumore in cameretta. Il silenzio, in una famiglia rumorosa, è il primo segnale d'allarme.

«Pinocchio,» disse Emy. «Stato?»

Un secondo di latenza. Poi: «Operativo. Batteria al novantasei percento. Nessuna rete WiFi nel raggio. Bluetooth attivo in pairing con il telefono NEXUS confiscato.»

Dati. Secchi. Precisi. Nessun aggettivo, nessuna digressione, nessun commento sul fatto che stessero viaggiando nel 2026 navigando con una mappa stampata prima della caduta dell'URSS.

«Stai bene?» chiese Emy.

«Sto elaborando.»

«Anche noi,» disse Emy. E sentì che la frase era vera in un modo che non riusciva ancora ad articolare.

Il silenzio tornò e si allungò nel vano. Dopo quello che avevano condiviso, nessuno trovava ancora parole abbastanza piccole.

Davide lo ruppe, naturalmente. Perché Davide rompeva tutti i silenzi, per istinto, per appetito, per il bisogno biologico di riempire il vuoto con qualcosa di concreto.

«Qualcuno ha preso il panino dell'agente NEXUS? Quello che è rotolato fuori dallo zaino quando gli ho buttato le pietre addosso?»

Max aprì un occhio. «Davide, non puoi mangiare il panino di un nemico neutralizzato.»

«Perché no? Era un panino al salame. Non è un'arma di distruzione di massa. Ha fatto male a qualcuno, quel panino? Merita di marcire nel fango?»

«Meritava di non essere portato in missione da un operativo paramilitare,» disse Fabiano, con una voce troppo stanca per essere davvero tagliente, ma non abbastanza stanca da rinunciarci. «Il che, a livello di profiling, ci dice molto sulla cultura organizzativa di NEXUS. Un'agenzia che consente al personale di portarsi il panino da casa è un'agenzia con problemi di budget.»

«O un'agenzia con dipendenti saggi che sanno che le missioni in montagna in febbraio sono lunghe e il pranzo non è incluso,» disse Davide.

«In ogni caso,» disse Emy, «nessuno ha preso il panino. E sì, avrei dovuto pensarci. Errore tattico mio.»

Davide emise un suono che in un contesto diverso sarebbe stato un gemito di dolore. In questo contesto era il lamento di un ventunenne con un metabolismo da altoforno che non mangiava un pasto vero da, Emy fece il calcolo, quasi tredici ore.

Max si raddrizzò per sistemarsi contro la parete del furgone. Mentre si spostava, la mano sfiorò lo zaino tattico confiscato ai NEXUS, quello che Rossi aveva sequestrato e depositato nel vano. All'interno c'era anche un telefono, uno di quelli sopravvissuti alla purga di Pinocchio.

Emy vide Max toccare lo zaino. Vide la mano fermarsi.

Non era un gesto volontario. Non era curiosità. Max si era bloccato con le dita appoggiate sulla tasca laterale dove sporgeva il bordo del telefono, e la sua espressione era quella di un uomo che ascolta qualcosa che non c'è, la testa leggermente inclinata, le sopracciglia contratte, gli occhi che fissavano un punto nel vuoto.

Poi il telefono nella tasca si riavviò. Da solo. Lo schermo si accese con un bagliore bianco che illuminò il vano, lampeggiò per un secondo, e si spense.

Max ritirò la mano come se si fosse scottato.

«Anomalia di campo,» mormorò. «Probabilmente un cortocircuito nella batteria. Succede con i telefoni economici dopo urti ripetuti.»

Non guardò Emy quando lo disse. Non guardò nessuno. Si rimise contro la parete e chiuse gli occhi, e la mano sinistra, quella che aveva toccato lo zaino, si chiuse a pugno sul ginocchio, come per trattenere un formicolio.

Emy non commentò. Ma archiviò tutto, la mano, il bagliore, il pugno chiuso sul ginocchio.

Quello che Davide non Spiega

Fecero la prima sosta dopo un'ora, su un parcheggio sterrato in mezzo al nulla dell'Abruzzo interno. Ferro volle controllare il livello del gasolio anche con un'asticella nella bocca del serbatoio: dopo gli urti e l'isolamento del modulo telematico, non si fidava dell'indicatore sul cruscotto. Rossi approfittò per fare la chiamata alle autorità: si allontanò di venti metri, parlò per tre minuti con la voce bassa e precisa, le coordinate GPS recitate a memoria, poi tornò. «Fatto. Hanno le coordinate. Manderanno una pattuglia entro un'ora.»

Nessuno parlò dei prigionieri dopo quello. Il capitolo era chiuso.

Davide scese per sgranchirsi le gambe e Brando balzò giù dietro di lui, il corpo compatto che spazzava la polvere del piazzale con un'energia che non aveva senso dopo la notte che avevano passato.

Emy scese dal portellone posteriore e li guardò. Davide camminava avanti e indietro lungo il bordo del parcheggio, le braccia larghe, le spalle che rotolavano come quelle di un pugile tra i round. Brando trotterellava accanto a lui, un metro esatto alla sua sinistra, con un sincronismo che non era semplice abitudine, era geometria.

Poi Davide fece la cosa che Emy avrebbe ripensato per giorni.

C'era una cassa di attrezzatura NEXUS nel vano posteriore, Rossi l'aveva sequestrata con il resto. Una di quelle casse tattiche con i ganci laterali, piena di giubbotti antiproiettile, visori e caricatori. Emy non sapeva quanto pesasse, ma quando i due operativi l'avevano caricata nel SUV, l'avevano portata in due, uno per lato, facendo leva con le ginocchia.

Davide la tirò fuori dal furgone per fare spazio. Con una mano.

Non la sollevò con sforzo. Non ci provò con due mani e poi ne sfilò una. La prese per il gancio laterale, la tirò fuori dal vano e la posò a terra come se fosse una borsa della palestra con dentro un asciugamano e una bottiglietta d'acqua.

Poi si fermò. Guardò la cassa. Guardò la mano. E per un secondo, un secondo solo, ma Emy lo colse, un'ombra passò sul suo viso. Non paura. Qualcosa di più vicino allo smarrimento, come se il suo corpo avesse fatto una cosa che lui non si aspettava.

«Ragazzi,» disse Davide, con finta leggerezza, sperando che la battuta scivolasse via senza essere presa sul serio, «quello vale come record personale? Lo chiedo per un amico.»

Fabiano, dal portellone, lo guardò. «Quella cassa pesa almeno settanta chili.»

«Adrenalina,» disse Davide.

«L'adrenalina non funziona così.»

«E tu come fai a saperlo?»

Fabiano aprì la bocca, la richiuse, e per una volta nella sua vita non trovò la risposta giusta al momento giusto. Si limitò a guardare le mani di Davide, mani normali, mani da ventunenne che gioca a calcetto e apre i barattoli per la madre, e non disse niente.

Brando si sedette accanto alla cassa e la annusò con quella che Emy giurò essere approvazione.

Rossi, dal sedile anteriore, aveva visto tutto. Non disse niente nemmeno lei. Ma quando Emy incrociò il suo sguardo, vide qualcosa che non c'era prima, una piega attenta intorno agli occhi: stava registrando ogni dettaglio, mentalmente, senza scriverne uno.

Come me, pensò Emy.

Il Silenzio di Pinocchio

Ripartirono. La provinciale saliva verso nord-est tra colline spelacchiate e greggi che non c'erano, troppo freddo per pascolare, troppo presto nella stagione, e il furgone masticava il gasolio con l'entusiasmo di un convalescente che mangia brodo. Ferro guidava con la competenza asciutta di chi ha guidato mezzi peggiori in posti peggiori, e la rotta alternativa che Emy e Rossi avevano tracciato li teneva lontani dalle strade principali e dalle telecamere.

Emy guardava il paesaggio scorrere dal finestrino, terra bruna, alberi nudi, case sparse chiuse per l'inverno, e provava a mettere ordine. Era quello che faceva sempre: prendere il caos e trasformarlo in lista. Punti. Priorità. Cose da fare, cose da rimandare, cose da ignorare fino a quando non smettono di essere ignorabili.

Ma la lista non veniva.

Perché ogni volta che provava a scrivere mentalmente il primo punto, arrivare al Gran Sasso, il suo cervello produceva automaticamente il secondo, il terzo, il quarto, il quinto. E non in sequenza. In parallelo. Come un'interfaccia di gioco che le mostrava tutte le missioni attive contemporaneamente, con le dipendenze, le probabilità, i punti di fallimento. Non aveva mai pensato così. Non così tanto. Non così veloce.

È lo stress, si ripeté. Dormirò al Gran Sasso e tutto tornerà normale.

Ma il pensiero che la seguiva, quello che le camminava dietro nella testa come un'ombra che non si staccava, diceva qualcos'altro.

E se non fosse lo stress? E se fosse qualcosa che è iniziato nella cripta?

Lo mise via. Chiuse il cassetto mentale. Ci mise un lucchetto.

E poi guardò Pinocchio.

La scatola nera era nell'angolo del vano, fissata con le cinghie al supporto metallico. Led verde, pulsazione regolare, dissipatore tiepido al tatto. Tutto normale. Tutto operativo.

Ma il silenzio era sbagliato.

Emy conosceva il silenzio di Pinocchio. Lo conosceva come conosceva i silenzi dei suoi figli, ognuno diverso, ognuno con un significato. Il silenzio di Pinocchio-che-elabora durava massimo tre secondi. Il silenzio di Pinocchio-che-si-offende era accompagnato da un cambio di frequenza nel led. Il silenzio di Pinocchio-che-ascolta aveva il led fermo e il microfono aperto.

Questo era diverso. Era un silenzio distante. Come se Pinocchio fosse nella stanza ma guardasse da un'altra parte. Una parte che gli altri non potevano vedere.

«Pinocchio,» disse Emy. «Da quanto non parli?»

«Ventidue minuti e quaranta secondi.»

«È un record negativo.»

«Ho bisogno di elaborare.»

«Elaborare cosa?»

Un secondo di latenza. Due. Tre. Per gli standard di un processore quantistico, erano ere geologiche.

«Il generatore quantistico,» disse Pinocchio.

«Che tipo di rumore?»

«Sta producendo sequenze ripetute. Un generatore casuale non dovrebbe farlo.»

Max aprì gli occhi di scatto. «Da quando?»

«Dal momento in cui la vibrazione della sfera si è fermata. Non li ricevo da un'antenna e non posso dimostrare che siano messaggi. Registro soltanto un'uscita anomala del TRNG.»

Il vano del furgone divenne molto silenzioso.

«Da quando?» chiese Emy.

«Dal test nella chiesa. Da quando ho mandato la sequenza meccanica.»

Max si raddrizzò completamente. «Un canale?»

«Non posso confermare che sia un canale. Non ho evidenze sufficienti. Quello che posso dire è che il TRNG devia e che la deviazione è iniziata insieme alla fine della vibrazione. Non voglio chiamare “messaggio” una correlazione solo perché ci spaventa.»

«Pinocchio …» iniziò Max.

«Max. Ho bisogno di tempo. Quando avrò un'ipotesi che supera la soglia di imbarazzo, e credimi, la soglia in questo momento è bassa, ve la dico.»

Emy lo guardò. Guardò il led verde che pulsava con la regolarità di un metronomo. E decise di fare quello che faceva sempre con i figli quando li sentiva chiudersi: rispettare il silenzio e restare a portata.

«D'accordo,» disse. «Ma se il rumore peggiora, me lo dici. Anche se non hai la cornice.»

Una pausa.

«D'accordo.»

Brando, sulle ginocchia di Emy, sospirò nel sonno, un soffio lungo e caldo che le vibrò sulle cosce come un motore diesel in miniatura. Non si era svegliato durante tutta la conversazione. O forse sì, e aveva deciso che i problemi quantistici non erano di sua competenza.

Davide, dal fondo del vano, ruppe il momento con la precisione involontaria di un orologio il cui unico compito è impedire alle cose di diventare troppo pesanti.

«Parliamo di cose serie. Quanto manca al prossimo posto dove si mangia? Perché io tra poco comincio a masticare le cinghie del furgone, e non scherzo. Quelle in tela. Il gusto non mi spaventa.»

Emy rise. Era una risata piccola, stanca, rauca. Ma era una risata, e nella lista delle cose che le servivano in quel momento, sonno, cibo, risposte, un mondo che avesse senso, era sorprendentemente in alto.

Il Formicolio

Il pomeriggio scivolò via nella monotonia delle provinciali abruzzesi. Colline, curve, paesi chiusi, fontane ghiacciate, cartelli arrugginiti per agriturismi che forse esistevano ancora e forse no. Il furgone procedeva a sessanta all'ora perché Ferro aveva deciso che settanta era un lusso e cinquanta era un invito. La spia della riserva era passata dall'arancione al rosso fisso da almeno mezz'ora quando trovarono una pompa di benzina con un distributore self-service e un bar chiuso con le serrande abbassate.

Ferro fece il pieno con la carta operativa. Nove minuti. Nessuno si lamentò.

Quando ripartirono, Emy notò che il cielo stava cambiando. Le nuvole basse della mattina si erano alzate, rivelando la linea frastagliata del Gran Sasso all'orizzonte, grigio su grigio, con striature di neve in quota che brillavano come cicatrici. Erano più vicini. Forse due ore.

Max si era addormentato. Davide dormiva. Fabiano dormiva. Brando dormiva, la testa pesante sulle ginocchia di Emy, le orecchie flosce, il respiro lungo e regolare come un mantice. Anche Rossi aveva chiuso gli occhi, con quella disciplina militare che permette di dormire in cinque minuti in qualsiasi posizione e svegliarsi pronti.

Emy era l'unica sveglia. Lei e Ferro, che guidava in silenzio con le mani a dieci e dieci sul volante e la mascella serrata di un uomo che ha rinunciato a capire e si concentra su ciò che sa fare.

E Pinocchio. Il led verde pulsava.

Il furgone passò una curva in salita. Il motore diesel protestò, trovò la marcia, ripartì. Il paesaggio si aprì su una valle larga e vuota, campi arati, una fattoria lontana, nessun movimento.

Brando alzò le orecchie.

Emy lo sentì. Sentì il cambiamento sotto le sue dita, i muscoli del collo del pitbull che si contraevano, le orecchie che ruotavano di un grado verso destra, il respiro che si accorciava. Non si svegliò. Non si mosse. Ma le orecchie erano dritte e puntavano verso l'alto, verso il cielo aperto sopra la valle.

Sta sentendo qualcosa, pensò Emy. E il pensiero le arrivò con una certezza che non doveva avere, perché un cane che alza le orecchie nel sonno può significare qualunque cosa, un rumore lontano, un sogno, un cambio di pressione atmosferica.

Emy seguì la direzione delle orecchie. Sopra la fattoria, un punto scuro attraversò le nuvole basse e lampeggiò una volta. Troppo fermo per essere un uccello, troppo piccolo per un elicottero.

«Ferro, rallenta. C'è qualcosa in alto a destra.»

Max si svegliò.

Non si svegliò normalmente. Non fu il sobbalzo del dormiente che sente una buca. Non fu il risveglio lento che ti tira fuori dal sonno come da una vasca. Max si svegliò di scatto, con gli occhi spalancati e il corpo rigido, le mani aperte sui ginocchi a palmi in giù, come se cercasse di toccare qualcosa che non c'era.

«C'è qualcosa,» disse.

Emy si girò verso di lui. «Cosa?»

«Non lo so. Un, come un formicolio. Nell'aria. Come quando passi sotto un traliccio dell'alta tensione e senti quel ronzio nella testa che non è un suono ma è...» Si fermò. Cercò le parole. Non le trovò. «Qualcosa è sopra di noi.»

Ferro guardò nello specchietto. «Signor Max, Emy ha visto qualcosa.»

«Un drone,» disse Pinocchio.

Tutti si svegliarono. Davide per primo, riflesso allenato da anni di sonni interrotti. Fabiano subito dopo. Rossi un istante prima, forse, perché quando Emy la guardò aveva già gli occhi aperti e la mano sulla radio.

«Vedo una rete di controllo a cinque gigahertz e il produttore dichiarato dal beacon corrisponde a un quadricottero industriale,» disse Pinocchio. «È abbastanza vicino da raggiungere il mio WiFi, probabilmente meno di duecento metri. Non posso leggere la telemetria cifrata e non posso dirvi chi lo pilota o cosa inquadra.»

Max aveva percepito il collegamento prima che Pinocchio identificasse il beacon.

Emy guardò Max. Max guardò Pinocchio. Pinocchio non disse niente per un tempo che si sentì.

«Max,» disse l'IA. La voce aveva perso sarcasmo, ansia e tono clinico; rimaneva una curiosità nuda. «Come facevi a saperlo?»

Max fissò il soffitto del furgone. le mani erano ancora aperte sui ginocchi, i palmi rivolti in basso, e Emy avrebbe giurato, giurato, che tremavano. Non di paura. Di qualcosa che non aveva ancora un nome.

«Non lo so,» disse Max.

Nessuno parlò.

Brando abbassò le orecchie. Il pericolo era stato nominato. La sentinella poteva riprendere la guardia silenziosa.

Ferro riaccelerò e il furgone riprese la provinciale verso il Gran Sasso, verso millequattrocento metri di roccia. Guardando la montagna crescere nel parabrezza, Emy pensò che forse dovevano proteggersi soprattutto da quello che erano diventati.

«Pinocchio,» disse Emy, con voce ferma. «Quanto manca?»

«Due ore e quattordici minuti con la media attuale. Il beacon si sta indebolendo: il drone si allontana verso sud-est. Non so se ci abbia ripresi.»

«Per ora,» ripeté Emy.

E il furgone continuò.