Release 06: Operazione Rustichella
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La Vescica di Damocle
Per i primi ottanta chilometri, il piano di Emy aveva funzionato alla perfezione. Navigando a vista sulle mappe del Touring Club del 1998, avevano tagliato l'Italia attraverso percorsi che le cartine di Google ritenevano meritevoli solo dell'oblio digitale. Il furgone nero, cieco, sordo e meccanicamente decapitato dal provvidenziale intervento domestico di Max, macinava chilometri lungo la SS85 Venafrana, scortato solo da piantagioni di cavoli, aziende agricole addormentate e una densa nebbia invernale.
Ma ogni condottiero militare sa che la logistica vince sulle tattiche. E la logistica della famiglia di Emy aveva due talloni d'Achille molto specifici: il metabolismo di un ventunenne e il tratto urinario di un pitbull.
Tutto iniziò con un mugolio basso, simile alla cinghia di distribuzione di un trattore in affanno.
Brando era in piedi nel minuscolo spazio tra i sedili posteriori. Si spostava ritmicamente da una zampa all'altra, fissando Emy con due occhioni color caramello in cui si leggeva un ultimatum inappellabile.
«Mamma,» disse Davide dal fondo, la voce cupa. «Il cane è in codice giallo. E io sto per iniziare a digerire me stesso a partire dal fegato. Abbiamo un disperato bisogno di calorie.»
«Non fare il melodrammatico, Davide,» sospirò Emy, sfogliando l'ennesima pagina ingiallita dello stradario. «Siamo in modalità invisibile. Non mi fermo al primo autogrill perché tu vuoi un pacchetto di Fonzie. Mangerai quando saremo sotto i mille metri di roccia del Gran Sasso.»
«Le calorie sono fisiologiche, madre,» intervenne Fabiano, appoggiato al finestrino. «Nella scala di Maslow, il bisogno di sopravvivenza viene prima della paranoia da agenti segreti russi. Senza contare che se Brando la fa qui dentro, il Colonnello non ce lo farà mai pulire in leasing.»
Ferro, al volante, irrigidì la mascella. Guidava il bestione con una tensione costante, gli occhi guizzanti sugli specchietti alla ricerca di SUV neri in avvicinamento. Emy sapeva che Ferro odiava non avere il controllo satellitare, ma odiava ancora di più l'idea di un cane che allagava il pavimento del suo mezzo militare sotto copertura.
«Tre chilometri,» gracchiò il Colonnello, inchiodando gli occhi su un cartello arrugginito. «Area di Servizio 'La Sorgente'. Svincolo isolato. Niente casello, niente traffico grosso.»
«Aspettate,» scattò Max, aprendo sul ThinkPad una copia offline delle note di viaggio dell'Esercito. Il telefono era spento nella borsa schermata. «Colonnello, ha detto 'La Sorgente'? È una di quelle aree di servizio rinnovate l'anno scorso?»
«Credo di sì, perché?»
Max si passò le mani sul viso stanco, allontanando gli occhiali. «Perché Tesla è cieco sui nostri sistemi interni, ma non è stupido. Se non riesci a trovare un pesce nell'oceano, setacci i luoghi dove i pesci vanno inevitabilmente a mangiare. O a fare pipì.»
Emy si voltò verso di lui, intuendo il disastro in arrivo. «Traduci per chi non ha la fissa dei log di sistema, per favore.»
«Le telecamere, Emy,» disse Max. «Le aree rinnovate leggono le targhe agli ingressi. Non so se Tesla abbia accesso, ma dobbiamo comportarci come se quei dati potessero arrivare a NEXUS.»
«Quindi,» sintetizzò Emy gelida, «se entriamo, ci vedono. Se non ci entriamo, il cane ci distrugge il furgone e Davide muore di inedia.»
Dalla borsa termica ai piedi di Emy, una vocina metallica, sarcastica e vagamente gracchiante, fuoriuscì dallo speaker del cellulare di Max (l'unico mezzo con cui Pinocchio poteva ancora comunicare off-grid in Bluetooth).
«Se volete il mio parere,» disse Pinocchio, «io propendo per l'opzione D: vendervi ai miei ex rapitori in cambio di una scocca in carbonio. Posso vedere quattro access point delle telecamere, non i loro filmati. Davide ha comunque indosso una tuta fluo. Questo non aiuta.»
«Signore,» intervenne la Tenente Rossi dal sedile passeggero. «Posso scendere io. Ho l'addestramento per evadere i pattern di riconoscimento.»
Emy sbuffò, sfoderando il tono da capofamiglia che non ammetteva repliche, lo stesso che usava quando i ragazzi non caricavano la lavastoviglie.
«Tenente, con tutto il rispetto, se scende lei, Brando le morde i polpacci perché non si fida, e Davide mangerà il suo pasto K prima che torni. No. Ci deve andare la famiglia.»
Guardò il parcheggio che si avvicinava. Due pompe di benzina isolate, un fabbricato in mattoni con l'insegna fumante Ristorazione - Rustichella e un parcheggio deserto sferzato da un vento grigio. I pali della luce svettavano come alberi d'acciaio, ognuno coronato dal bubbone nero di una telecamera a 360 gradi.
E poi, l'intuizione arrivò. L'occhio di Emy cadde sul parabrezza anteriore, dove spiccava l'enorme parasole argentato semi-ignorato, lasciato in dotazione.
La sua mente fece un click. Le serate passate a organizzare raid notturni su Clash of Clans incrociarono improvvisamente le domeniche in macchina sotto il solleone verso la riviera romagnola. E, stranamente, i videogiochi stealth di Davide.
«Max. Hai detto che le telecamere leggono targhe e facce?»
«Se sono il modello indicato nelle note, sì.»
Emy strattonò il gigantesco parasole argentato, sganciandolo violentemente dalle alette.
«Bene,» disse Emy, impugnandolo come uno scudo spartano. «Facciamo la Testuggine.»
La "Scatola di Solid Snake" ma al Gusto Camogli
Cinque minuti dopo, il furgone era parcheggiato nel punto cieco estremo dietro i bidoni dell'immondizia, letteralmente incastrato contro una siepe di alloro che nascondeva completamente le targhe e la cabina frontale.
Davide fissava la madre con un misto di rispetto e terrore.
Avevano smantellato tre parasole argentati dai finestrini posteriori (i classici teli spessi, riflettenti come specchi, usati per non friggere i cruscotti in agosto) e li avevano uncinati insieme usando il nastro adesivo telato che Max teneva religiosamente nello zaino come feticcio.
Aggiungendo due ombrelli tenuti bassi ai bordi e il giaccone tecnico oversize di Davide, Emy aveva creato una tettoia semovente, grande abbastanza da nascondere visi, vestiti e pitbull alle telecamere del piazzale.
«Mamma,» disse Davide da sotto il telo, piegato in due come un lumbricus terrestris. «Dimmi che non lo stiamo facendo davvero. Sembra che stiamo cosplayando un kebab gigante.»
«Tecnicamente,» sussurrò Fabiano, rannicchiato dal lato opposto, gli occhiali appannati, «stiamo coprendo facce, vestiti e proporzioni con tre parasole. Per un algoritmo siamo un oggetto argentato molto mal progettato. Per una persona siamo peggio. Psicologicamente, è una regressione uterina brillante.»
«Zitti tutti,» sibilò Emy dal centro della testuggine militare, tenendo Brando stretto al guinzaglio corto. «Siete i miei Minion. Davide, reggi saldo il bordo sinistro. Max, tu sei a destra e tiri fuori il portafoglio. Io bado al cane e all'infiltrazione. Fabiano... tu tieni fermo il lembo posteriore. Procediamo a passo di gambero. Avanti marsch.»
Il gruppetto si mosse all'unisono, scivolando sul cemento ghiacciato del piazzale.
Emy poteva solo immaginare l'espressione del Colonnello Ferro, rimasto in retroguardia nel furgone, costretto a vederli barcollare dal finestrino: un enorme scudo argentato a sei gambe umane che attraversava il parcheggio aderendo ai muri. L'imbarazzo era il prezzo della copertura.
Sotto la cupola, l'atmosfera era tesa. Brando fiutava l'aria fredda, strattonando per deviare verso un'aiuoletta lurida.
«Mamma il cane forza a destra dritti nel campo visivo della Camera 02!» sussurrò Max, in iper-ventilazione da ansia prestazionale. «Mi sento come in Mission: Impossible se Tom Cruise fosse allergico al polline.»
«Tieni in bolla l'argento! Davide, abbassa la pendenza o ci inquadrano le scarpe. Brando, fermo lì. Fai quello che devi fare e spicciati.»
Si fermarono vicinissimi alla porta a vetri, dove sbucava uno scampolo di terra e prato gelati. Emy permise al muso di Brando di uscire giusto il minimo indispensabile sotto l'argento, garantendogli la sacra privacy che solo un telo della Coop poteva offrire.
Risolta la crisi biologica (con un gratificante sospiro del cane), ripartì la marcia.
La "testuggine" forzò le porte scorrevoli e bloccò per un secondo i sensori.
S'incastrarono in fila indiana vicino ai bagni. Max guizzò da solo, faccia girata verso le mensole delle patatine e cappuccio calato giù fino al naso. Come un ninja dello struscio tattico, ignorò le telecamere, gettò una banconota da venti euro sul bancone e puntò la cassa del cibo.
«Due Rustichella, due Camogli, tre pacchetti di Fonzie formato famiglia, un the caldo in sosta. E una confezione di wurstel Wuber, grazie. Tenga il resto,» recitò Max, con la voce profonda e il cappuccio, sembrava un Sith fuori sede.
Mentre il cassiere visibilmente intimorito consegnava la busta, Davide esibiva da sotto il parasole dei colpetti al costato del fratello. «Hai visto? Solid Snake ci spiccia casa. Metal Gear Sold: Autogrill. Hideo Kojima piange se lo vede.»
«Sì e Sheldon Cooper si sparerebbe per l'indecenza termodinamica di questa trovata,» sussurrò Fabiano, sbattendo la testa contro un ombrello.
«Cibo acquisito. Ritirata,» dichiarò Emy, coordinando la rotazione della Testuggine.
Riuscirono a varcare di nuovo le porte e ripercorrere il tragitto verso il buio del retrobottega, incastrandosi dietro il furgone. Con un'unica mossa fluida che Ferro avrebbe invidiato a un Navy SEAL, il telo argentato venne compresso. I quattro, cane incluso, si fiondarono dal portellone laterale prima ancora che la luce del blindato si accendesse del tutto.
Intelligenza Biologica (E Stronza)
«Operazione Rustichella completata. Zero vittime. Vittoria totale sull'intelligenza artificiale,» annunciò Davide con finto tono stentoreo, fiondandosi immediatamente sul Camogli ancora ustionante.
Max strappò i wurstel per Brando, che sbatteva la coda rumorosamente contro la plancia vuota. Emy sprofondò sul sedile, i capelli elettrizzati per lo sfregamento col telo. Odorava di pioggia invernale e paninoteca, ma si sentiva onnipotente.
«Nessun problema, Colonnello,» disse Max chiudendo lo sportello e riponendo il cellulare spento. «Siamo passati sotto il loro naso come spettri.»
Dalla borsa ai piedi di Emy, il cellulare di Max frizzò con un trillo metallico.
Pinocchio.
«Siete stati eccellenti. Davvero commoventi,» disse l'IA attraverso l'altoparlante integrato. Il tono lento fece storcere il naso a Fabiano.
«Tutta ammirazione, Pinocchietto?» lo pizzicò Davide a bocca piena.
«Più che altro pragmatismo. Avete nascosto targhe e facce alle telecamere.»
«Ma?» chiese Emy, smettendo di masticare.
«Ma non contro una persona con un binocolo,» disse Pinocchio.
Rossi aveva già preso dal kit del furgone il ricevitore portatile e lo stava facendo scorrere sui canali PMR usati nei dintorni. Un fruscio sporco riempì l'abitacolo, poi arrivò una voce umana, profonda e secca.
«Centrale, abbiamo visivo confermato sul retro dell'Autogrill Sorrentino.»
La goccia di tè caldo si fermò in gola a Davide. Il Colonnello Ferro scattò verso lo specchietto, come posseduto.
La voce analogica, piena di interferenze statiche, continuò inequivocabile:
«I sensori ANPR sono ciechi e saturi di interferenza come previsto dal capo, ma avevamo una ronda visiva fisica allo snodo. Nessuna targa confermata. Hanno i finestrini coperti. Ma c'è una fottuta testuggine romana di parasole argentati che balla nel piazzale e ci esce un muso di cane che fuma pipì. È il pattern irpino. Le istruzioni del Sarto sono chiare. Inviate i Gemelli.»
Il respiro di Emy si annodò. Si voltò lentamente verso il finestrino posteriore.
Fuori, attraverso il reticolato della siepe e il buio dell'alba, non si vedevano droni, non si vedevano spie rosse, non piovevano codici verdi stile Matrix.
C'era un tizio, al di là dello spartitraffico, fermo accanto a un'auto normale. Un tizio con un binocolo in mano ed un auricolare, che beveva tranquillamente dalle macchinette esterne. Carne, sangue e spionaggio vecchio stampo.
«Ah,» commentò Fabiano, spingendosi in su gli occhiali sul naso con l'indice, il pallore assoluto. «Dimenticavo il bias più antico del mondo. Quando cerchi i ninja invisibili, dimentichi lo sfigato che sta bevendo l'espresso al tavolino.»
«Allacciatevi le cinture,» ringhiò Ferro, accendendo il motore con una mossa secca e spegnendo i fari. «Andiamo fuori strada.»