Release 11: Interferenze

Release 11 di 15Level 44, Book 0116 min di lettura3613 parole

5 scene in questa release
  1. Quarantasette Minuti
  2. Giacche Scure
  3. New Jersey
  4. Il Secondo Eco
  5. La Montagna

Quarantasette Minuti

Il drone era ormai un punto alle loro spalle, ma Max non aveva più chiuso gli occhi. Emy lo vedeva girare le mani sui ginocchi, palmi in su e poi in giù, come se cercasse di riprodurre il formicolio che lo aveva svegliato prima del rilevamento di Pinocchio.

Emy aveva imparato, da qualche parte tra la notte di Valle Cupa e quel pomeriggio su una provinciale abruzzese, che il cervello non smette di lavorare solo perché gli dici di farlo. Il suo continuava come sempre, solo che adesso sembrava aver ricevuto un aggiornamento che nessuno aveva autorizzato.

Guardava lo stradario aperto sul ginocchio, il Touring Club 1998, bordi consumati, costa riparata con del nastro telato di Davide, macchia di caffè sull'Abruzzo interno che lui aveva otto anni, e lo stradario rispondeva. Non con parole, non con frecce, non con nessuno dei segnali che aveva nei giochi. Rispondeva con una sorta di pressione silenziosa su certi punti della mappa, come se la carta avesse punti di densità diversa.

Questo incrocio.

Questo tratto di SS17.

Questo bivio verso l'autostrada.

Non lo vedeva. Lo sentiva. E la cosa che la disturbava di più non era la sensazione in sé, era che le sembrava completamente normale, come quando ti rendi conto che hai fatto qualcosa in modo automatico senza accorgertene.

Aveva detto a Rossi, tre ore prima, che era colpa dei wargame. Vent'anni di Company of Heroes, Total War, strategici su mappa dove impari a leggere il terreno come sistema. Era una spiegazione onesta. Era anche probabilmente falsa.

Il furgone percorse quattro chilometri di rettilineo in silenzio. Ferro teneva una velocità costante, né troppo lenta da sembrare sospetta né troppo veloce da attirare l'attenzione. Rossi controllava la radio portatile ogni dieci minuti, sintonizzata su frequenze che Emy non riconosceva, ascoltando traffico che non riusciva a decodificare ma che Rossi decodificava con la stessa facilità con cui lei leggeva un menù.

Max aprì gli occhi.

Lo fece senza sobbalzo, senza il rumore che di solito accompagna un risveglio: aprì gli occhi e basta, e li puntò sul soffitto del furgone con un'espressione che Emy aveva imparato a riconoscere in vent'anni di matrimonio: stava soppesando un pensiero, valutando se fosse abbastanza sensato da dirlo ad alta voce.

Stava guardando le mani.

Teneva le mani sui ginocchi e ogni tanto le girava, palmi in su e poi in giù. Il gesto metodico di un tecnico che isola una variabile.

«Max,» disse Emy sottovoce.

«Sto bene.»

«Non ho chiesto se stavi bene.»

Una pausa. «Sento le mani.»

«Le mani le sentiamo tutti.»

«No, intendo, sento dentro le mani. Come se… » Si fermò. Cercava le parole con cura: sapeva che quelle sbagliate avrebbero reso tutto più difficile. «Come quando tocchi un trasformatore da vicino e senti quell'alone. Non il rumore, non la corrente. L'alone. Il campo elettromagnetico che ti dà la sensazione che l'aria sia più densa lì intorno.»

«E lo senti adesso? Senza toccare niente?»

Max guardò le mani. «Sì. Non sempre. Viene e va.»

Emy lo guardò. Guardò le mani, mani normali, mani da tecnico informatico che non fanno lavori pesanti e non portano anelli perché si impigliano nella tastiera, e non disse niente. Ma archiviò tutto nella lista che continuava a compilare da Valle Cupa in poi. La lista di cose che avrebbe dovuto capire prima o poi e che per il momento le sembrava meglio tenere in forma di lista piuttosto che di conclusioni.

Fabiano, dall'angolo opposto del vano, non stava dormendo e probabilmente non l'aveva mai fatto. Guardava fuori dal finestrino. Poi guardò Max. Poi guardò Emy. E nell'angolo della sua bocca c'era quell'espressione, non una battuta, non il sarcasmo da professore universitario ventenne che usava quando aveva già capito tutto e si divertiva a aspettare che gli altri ci arrivassero. Qualcosa di diverso. Qualcosa che assomigliava vagamente a preoccupazione, filtrata attraverso i filtri di Fabiano e quindi quasi irriconoscibile come tale, ma presente.

«Ci sono anch'io,» disse Fabiano, sottovoce.

Emy lo guardò.

«Nel senso», e qui esitò, il che era già a sé stante un segnale d'allarme, perché Fabiano non esitava mai, «che da qualche ora noto delle cose che non avrei dovuto notare. Cose sulle persone. Non deduzione, la deduzione la conosco, ho diciannove anni e una media di trenta e due sotto esame, so cosa significa dedurre. Questo è diverso.»

«Diverso come?»

Fabiano aprì la bocca. La richiuse. Guardò fuori. «Come sapere la risposta prima della domanda,» disse alla fine, con lo stesso tono con cui avrebbe comunicato un risultato di laboratorio sgradevole.

Davide, dal fondo del vano, aveva ascoltato tutto senza interrompere, il che era già di per sé un evento degno di registrazione. «Quindi ricapitoliamo. Il cane ha un radar migliore dell'IA. Papà sente i campi elettromagnetici con le mani. Tu leggi la gente a centocinquanta metri. E io sollevo roba pesante e ho fame.» Una pausa. «Classica distribuzione dei punti: tutti mettono percezione e intelligenza, il guerriero si becca forza e costituzione e nessuno gli dice grazie.»

«Non è un gioco di ruolo, Davide,» disse Fabiano.

«Fabi, quando tre membri della tua famiglia sviluppano abilità inspiegabili dopo aver toccato una sfera aliena, è esattamente un gioco di ruolo. Solo che il manuale non ce l'ha dato nessuno.»

Il furgone svoltò su un rettilineo e il Gran Sasso tornò nel parabrezza, più vicino, più grande, la neve in quota che brillava sotto le nuvole con quella luce piatta e bianca dell'inverno abruzzese che non scalda niente ma illumina tutto.

Giacche Scure

Brando sollevò la testa tra le ginocchia di Emy e fissò il parabrezza.

Erano le diciassette e undici quando Ferro rallentò.

Non disse niente. Non fece segnali. Rallentò e basta, con la pressione graduale del freno che Emy aveva imparato a interpretare nei giorni di fuga come un linguaggio, frenata netta significava pericolo immediato, frenata progressiva significava guardate avanti e decidete insieme.

Guardarono avanti.

A circa centocinquanta metri, dove la provinciale curvava leggermente verso destra prima di infilarsi tra due filari di alberi spogli, c'erano tre uomini in mezzo alla strada. Giacche invernali scure, non uniformi, non giubbotti tattici, roba da negozio. Uno aveva qualcosa che poteva essere un giubbotto antiproiettile sotto la giacca aperta, il gonfiore ai lati del torace era troppo simmetrico per essere grasso. Un altro parlava al telefono. Il terzo confrontava le targhe delle tre auto in coda con lo schermo che teneva in mano.

Nessuna divisa. Nessun segnale identificativo visibile. Nessun mezzo ufficiale.

«Checkpoint improvvisato,» disse Rossi, senza alzare la voce. Aveva già la radio in mano. «Civili. L'ordine è arrivato da fuori.»

«NEXUS?» chiese Emy.

«Troppo approssimativo per essere un'operazione pianificata. Qualcuno ha distribuito una targa e detto a tre tizi di controllare le auto sulla provinciale. Budget zero, copertura zero, nessun piano B.»

«Quanto tempo abbiamo prima che il furgone sia nella linea visiva?»

«Quaranta secondi, forse cinquanta.»

Fabiano si alzò a metà e guardò dal finestrino anteriore. Riusciva a vedere lo stesso che vedevano Ferro e Rossi, i tre uomini, la coda di auto, la curva.

Rimase così per cinque secondi.

«Quello con il telefono,» disse. «Il più a sinistra.»

«Cosa?» chiese Ferro.

«È lui che coordina. Non l'altro, quello con il giubbotto sembra il più addestrato visivamente, ma è passive. Aspetta istruzioni. Quello col telefono in mano è lui. E ha paura.»

Silenzio nel vano.

«Ha ricevuto l'ordine da meno di venti minuti,» continuò Fabiano, asciutto come se leggesse un referto. «Non sa perché è qui. Sta aspettando istruzioni che non arrivano e ogni trenta secondi controlla il telefono per questo. Non è un professionista, o se lo è, non lo fa da abbastanza tempo da non avere paura quando le situazioni non seguono il copione.»

Ferro guardò Fabiano nello specchietto retrovisore. «Come fai a saperlo? Sei a centocinquanta metri.»

Fabiano non rispose subito. Poi: «Non lo so. È così e basta.»

«Trenta secondi,» disse Rossi.

Emy guardò lo stradario. Lo aprì alla pagina corretta. E il solito fenomeno, la pressione sui punti della mappa, il corridoio che si illuminava prima ancora che lo cercasse, arrivò con una puntualità che stava cominciando a sembrarle quasi irritante.

A cento metri prima del checkpoint, sul lato destro della strada, c'era l'imbocco di una viottola.

Lo stradario non la riportava. Sembrava una strada nota soltanto a chi abitava lì: sterrata, nascosta da due filari di cespugli invernali, forse usata dai trattori. Ma Emy ne vedeva il tracciato con quella chiarezza strana e non richiesta: la viottola passava sotto un cavalcavia della linea ferroviaria regionale, curvava a sinistra tra i campi e sbucava su una strada secondaria due chilometri oltre il checkpoint.

Un corridoio verde in un campo pieno di rosso.

«Ferro,» disse Emy. «Prima del checkpoint, lato destro. C'è una viottola. Prendi quella.»

Ferro non rallentò, non discusse. «Non la vedo.»

«C'è. Tra i cespugli, assomiglia a un'apertura di campo. Dai il lampeggiante destra adesso così sembra una manovra normale.»

Un secondo di silenzio.

Poi il lampeggiante destra si accese e il furgone iniziò a rallentare con la progressività di un mezzo che sta cercando un indirizzo.

«Non è sullo stradario,» disse Rossi, con lo stradario in mano.

«Lo so,» disse Emy.

Rossi la guardò. Non chiese altro.

New Jersey

La viottola era peggio di come se l'era immaginata e meglio di come temeva. Sterrato compresso, solchi da pneumatici pesanti, qualche ciuffo d'erba ghiacciata che strideva sotto il vano del furgone. Ferro guidava con una competenza asciutta: non combatteva il terreno, lo assecondava, e il furgone avanzava a passo d'uomo verso il cavalcavia ferroviario che si intravvedeva trecento metri più avanti tra i rami spogli.

Brando si era svegliato.

Stava seduto tra le gambe di Emy con la testa alta e le orecchie dritte, ma le orecchie non puntavano né verso il cielo né verso il checkpoint che si allontanava alle loro spalle. Puntavano verso destra. Verso i campi. Verso qualcosa che non c'era ancora.

«Pinocchio,» disse Emy sottovoce. «C'è qualcuno sulla viottola?»

«Nessun transponder elettronico attivo nel raggio di duecento metri. Ma non ho visibilità termica o acustica.»

Brando ringhiò. Basso, diretto, senza ambiguità.

Cinque secondi dopo, da un varco nel siepe di biancospino sul lato destro della viottola, sbucò un uomo.

Era grande, non nel senso dei film, non il colosso caricaturale, ma il tipo di grande concreto e funzionale che suggerisce ore di palestra e l'abitudine a non spostarsi per primo quando qualcuno ti viene incontro. Giacca scura, scarpe da lavoro, le mani che pendevano ai lati con quella calma visibile dei professionisti. Stava piantato in mezzo alla via con la stessa naturalezza con cui un albero sta in mezzo a un prato.

E davanti a lui c'era una barriera New Jersey.

Non enorme, una blocco singolo, la versione corta da cantiere, cemento pieno e verniciatura arancione consumata ai bordi. Ma piantata a metà della viottola con la competenza di qualcuno che sa che non devi ostruire completamente il passaggio, solo rallentarlo abbastanza.

Il furgone si fermò.

Nessuno parlò per tre secondi.

«Quel tizio è il piano B,» disse Fabiano, con tono clinico. «Avevano due scenari. Checkpoint diretto o deviazione. L'hanno coperta entrambe.»

«Non abbastanza bene,» disse Davide.

Aprì il portellone prima che qualcuno potesse dire qualcosa.

Scese. Non corse, non si lanciò, scese con la stessa naturalezza con cui scendeva dal pullman dopo il calcetto, il corpo di uno che non si era mai posto il problema del proprio corpo. L'uomo in mezzo alla strada lo guardò. Un professionista che valuta: statura, andatura, intenzioni. Calcolò qualcosa, decise qualcosa, fece un mezzo passo avanti.

Davide non lo guardò.

Guardò la barriera.

Si avvicinò, prese la mano destra, l'appoggiò al bordo laterale della barriera, quella maniglia da cantiere che le New Jersey hanno sul fianco, pensata per i ganci delle gru, e spinse.

Non la sollevò.

La spinse, con la spalla destra, il peso del corpo che si trasferiva in avanti con una precisione che non aveva niente di spettacolare, sembrava un trasloco andato storto, uno di quei gesti che si fanno con tutto il corpo perché non si trova una presa migliore. Un metro e ottantadue di ventunenne che spinge un blocco di cemento armato pieno.

La barriera ruotò sul perno anteriore.

Si aprì come una porta. Novanta gradi, lenta, con lo stridio basso del cemento sul ghiaccio, e si fermò a lato della via come se fosse sempre stato lì ad aspettare di essere aperta.

Davide si raddrizzò. Si massaggiò la spalla destra con la mano sinistra, non con la smorfia del dolore, ma con la neutralità di una verifica: prima controllare se c'era un fastidio, poi decidere se valeva la pena preoccuparsene.

L'uomo in mezzo alla strada non si era mosso. Fissava la barriera. Poi Davide. Poi la barriera.

Brando scese dal furgone.

Si avvicinò alla barriera aperta con l'attenzione di un ispettore sanitario, la annusò metodicamente, base, fianco, la parte verniciata di arancione che ora puntava verso il cielo, e con cura maniacale la aggirò in senso orario per valutare il perimetro. Fatte le sue considerazioni, alzò la zampa posteriore e ci fece pipì sopra con la flemma di chi appone un timbro ufficiale d'ispezione. Soddisfatto, rientrò nel furgone, si sistemò sulle ginocchia di Emy e ricominciò a guardare fuori dal finestrino.

L'uomo in mezzo alla strada non aveva ancora detto niente.

Davide rientrò nel furgone e richiuse il portellone.

«Adrenalina,» disse.

Rossi, dal sedile anteriore, si girò a metà. Lo guardò. Guardò la barriera ancora aperta sul lato della via, che nessun singolo essere umano dovrebbe riuscire a spostare con una spallata. Guardò Davide di nuovo.

«No,» disse.

Una parola. Senza enfasi, senza spiegazione. Come un fatto.

Nessuno la contradisse.

Il furgone ripartì.

Il Secondo Eco

La viottola sbucò sulla secondaria con la semplicità delle strade che nessuno conosce e che per questo funzionano. Due chilometri di campo aperto, un sottopasso ferroviario con graffiti che dichiaravano un amore imperituro per l'Avezzano anni Novanta, poi l'asfalto che tornava ad essere asfalto e il Gran Sasso che riappariva più vicino che mai, massiccio, presente, con il tunnel della A24 visibile come un'incisione nella roccia.

Mezz'ora. Forse meno.

Nessuno parlò per il primo chilometro. Non era disagio, era quel tipo di silenzio che si forma quando troppe cose sono successe troppo in fretta e il cervello sceglie di processarle in ordine invece che tutte insieme.

Fu Davide a rompere il silenzio, com'era inevitable. Non con una battuta, con un'azione. Si allungò verso la borsa di Emy che era lì tra due cinghie del vano, aprì la cerniera laterale, gesto automatico di dodici anni di sortite in quella borsa, i biscotti sempre nella tasca laterale, e tirò fuori un panino.

Emy non commentò. La borsa della spesa funzionava ancora come aveva sempre funzionato, buco nero con politica di accesso illimitato per la famiglia.

Davide aprì il sacchetto. Odore di pane di casa, qualcosa che Rossi aveva tirato fuori dal kit del furgone, probabilmente sopravvissuto alla Valle Cupa. Si portò il panino alla bocca.

Si fermò.

Brando non lo stava guardando. Brando guardava fuori dal finestrino, dritto, con l'aria di avere pensieri ben più importanti del comportamento dei membri del branco. Solo che il suo muso era leggermente, impercettibilmente inclinato di qualche grado verso la fonte dell'odore.

Davide guardò il panino. Guardò Brando. Guardò il panino.

«Non lo stai facendo,» disse Davide sottovoce.

Brando non si mosse. Guardava il paesaggio. Era completamente indifferente al panino e a tutta la questione.

Davide spezzò il panino esattamente a metà.

«Non dire niente a nessuno.»

Porse la metà a Brando senza guardarlo, come se stesse depositando qualcosa su un tavolo. Brando prese il pezzo con la delicatezza sorprendente che i pitbull usano quando vogliono qualcosa abbastanza da non rischiare di perderlo, masticò quattro volte e deglutì, poi tornò a guardare fuori dal finestrino, sereno: un problema logistico minore, risolto, si poteva tornare alle cose serie.

Emy la vide nello specchietto laterale, Rossi aveva guardato tutto. Aveva l'espressione di un ufficiale che assiste alla capitolazione tattica di un veterano davanti a un pitbull di trenta chili.

Non disse niente.

Poi Pinocchio parlò.

Non con il tono dei dati, non il tono clinico delle emissioni elettromagnetiche e dei transponder. Con qualcosa di più simile alla voce che aveva avuto nella cantina di Valle Cupa, quando aveva capito che la Sfera non era nel suo database e ne era rimasto sinceramente turbato.

«Emy. Devo dirti una cosa.»

«Dimmi.»

«Da Valle Cupa il mio TRNG produce deviazioni che non dovrebbero esserci. Le ho chiamate Echi del Backend perché nominare le cose mi aiuta a trattarle come problemi invece che come ansia. Il nome non prova che esista un backend.»

«Lo so.»

«Il primo campione conteneva ripetizioni brevi. Quello registrato durante la manovra sul checkpoint ha una struttura più lunga.»

Emy si raddrizzò leggermente. «Diverso come?»

«Ho provato a leggerlo come coppie numeriche. Una delle molte trasformazioni possibili produce tre punti geografici.»

Il vano del furgone divenne molto silenzioso.

«Coordinate geografiche,» disse Max, che aveva smesso di guardare le mani.

«Tre coordinate candidate, non tre fatti. Una cade in Giappone.»

Silenzio.

«Giappone,» ripeté Davide, la parola che non si aspettava, in una frase che già non si aspettava. «Zona montuosa isolata in Giappone. Per favore dimmi che non stiamo entrando in un training arc.»

Nessuno rispose.

«Perché in tutti gli anime, quando qualcuno va in una zona montuosa isolata in Giappone, è sempre un training arc. E io non ho nemmeno finito il panino.»

«Regione di Chubu,» riprese Pinocchio. «Ma se cambio la base numerica o l'ordine dei gruppi, il punto si sposta. Potrei aver trovato una struttura reale oppure aver costretto del rumore a somigliare a una mappa.»

«Cosa significano?» chiese Fabiano.

«Non lo so. L'ipotesi più interessante è che indichino nodi. Quella più prudente è che io stia cercando significato perché ho paura del vuoto.»

«E il sistema che sospetti dietro la sfera,» disse Emy lentamente, «hai una prova che abbia risposto?»

«No.»

«Allora cosa hai?»

La latenza di Pinocchio, quella volta, durò tre secondi interi.

«Due campioni anomali e tre coordinate candidate.»

Il furgone percorse altri duecento metri in silenzio. Ferro non disse niente. Rossi aveva smesso di controllare la radio.

«Pinocchio,» disse Emy.

«Sì.»

«Quanti eventi distinti hai registrato?»

Il led verde pulsò con la sua regolarità da metronomo.

«Due. L'uscita iniziale del TRNG e quella del checkpoint.»

Beat.

«Non posso attribuirli a nessun posto.»

La Montagna

Il tunnel della A24 li inghiottì alle diciassette e quarantadue.

Per quattro minuti il mondo fu cemento grigio e luce arancione al sodio e il rumore del motore moltiplicato dalle pareti, e nessuno parlò e Pinocchio non aggiunse niente perché dentro la roccia non c'era né segnale né silenzio, c'era solo il furgone che procedeva e il Gran Sasso che li circondava da tutte le parti, millequattrocento metri di calcare e marmo che pesavano su di loro con la tranquillità di qualcosa che esisteva prima di loro e sarebbe esistito molto dopo.

Emy tenne lo stradario in grembo. Brando dormiva.

Quando uscirono dall'altro lato, la luce era quella del pomeriggio invernale che sta per diventare sera, più bassa, più obliqua, con quel colore che i pittori chiamano oro antico e che in realtà assomiglia più alla stanchezza.

L'uscita di Assergi era due chilometri avanti.

Ferro non disse niente. Rossi non disse niente. Max guardava fuori dal finestrino con le mani ferme sui ginocchi, palmi in giù, e Emy si chiese se sentisse qualcosa anche lì dentro, la rete elettrica del tunnel, i cavi, i sensori. Non glielo chiese. C'erano domande per cui serviva ancora un po' di tempo prima di poterle fare.

Fabiano aveva rimesso la testa contro il pannello laterale, ma gli occhi erano aperti. Guardava il soffitto. Aveva quell'espressione da tesi di laurea, non da relazione, da tesi vera, il tipo di espressione che significa sto costruendo una struttura e non ho ancora capito cosa significa.

Davide finì il suo mezzo panino. Brando non si svegliò.

«Pinocchio,» disse Emy, quando mancavano ottocento metri all'uscita. «Le coordinate candidate vengono dallo stesso tipo di posto?»

«Non lo so. Non ho abbastanza dati per caratterizzare la sorgente.»

«Ma le deviazioni vengono dall'esterno? Voglio dire: non dall'interno del tuo sistema?»

Un secondo. «Non posso separare le due possibilità. Ho controllato software, alimentazione e ingressi conosciuti senza trovare una causa, ma un guasto interno resta possibile.»

«È iniziato dopo il test nella chiesa,» disse Max.

«Sì. Questa è la correlazione temporale.»

Max annuì, appena, il modo in cui si segna un dato su una lista mentale.

«Emy,» disse Pinocchio.

«Sì.»

«Non sapevo se dirtelo ancora. Ho aspettato un secondo campione. Non basta a capire cosa succede, ma basta per non tenertelo nascosto.»

Emy guardò la scatola nera fissata al vano. Il led verde pulsava.

«Hai fatto bene,» disse.

Non aggiunse altro. Non c'era altro da aggiungere, non ancora: c'erano due deviazioni del TRNG, una coordinata forse giapponese che dipendeva da come la si leggeva, i punti di pressione sulla mappa che sentiva senza capirli, la spalla di Davide che aveva spostato il cemento, le mani di Max che sentivano l'alone dei trasformatori e la voce di Fabiano che aveva letto la paura di un uomo a centocinquanta metri.

La lista era diventata molto più lunga di quanto si aspettasse.

Il furgone uscì dal casello di Assergi. A sinistra, visibile attraverso il finestrino nel grigio di febbraio, c'era il complesso dei Laboratori Nazionali del Gran Sasso, quello che dall'esterno sembrava un'installazione industriale qualsiasi e che sotto la montagna nascondeva il posto più silenzioso della Terra.

Ferro svoltò a sinistra.

Rossi mise giù la radio e si girò verso il vano posteriore. «Siamo arrivati,» disse.

Nessuno rispose. Ma Brando aprì un occhio, annusò l'aria, e si sistemò più comodo sulle ginocchia di Emy.

Il branco era a posto. Il branco era arrivato.

Per adesso.