Release 12: Sotto la Montagna
Release 12 di 15Level 44, Book 0123 min di lettura5047 parole
L'Ispezione Sanitaria
I Laboratori Nazionali del Gran Sasso avevano un ingresso che assomigliava a un'area industriale qualsiasi, cancello metallico, guardiola, parcheggio di ghiaia grigia, edifici bassi con le finestre troppo strette per essere civili. Se non avessi saputo che sotto c'erano millequattrocento metri di calcare e il posto più silenzioso della Terra, avresti pensato a uno stabilimento di imbottigliamento dell'acqua con complesso di inferiorità.
Emy lo sapeva perché Pinocchio glielo aveva spiegato la notte prima, nel bunker in Irpinia, quando Pinocchio ancora spiegava le cose con l'entusiasmo di una scoperta recentissima: aveva appena imparato a parlare. Adesso lo spiegava di meno. Pensava di più.
Il furgone si fermò davanti alla guardiola. Ferro abbassò il finestrino. Mostrò qualcosa. Il guardiano fece tre telefonate in sequenza rapida, tre, non una, il che significava che il protocollo di accesso non era semplice e che Ferro era atteso ma non con esattamente questo numero di persone, e poi aprì il cancello senza fare domande. Professionista.
Parcheggiarono nel lato sinistro del piazzale. Ferro spense il motore. Per un momento nessuno si mosse.
Brando studiò l'ambiente dal finestrino come faceva con i parchi nuovi, poi emise un brontolio basso verso la portiera. Doveva scendere e ispezionare. Il tono non ammetteva dibattito.
Davide aprì il portellone.
Brando scese. Si fermò al centro del piazzale, annusò l'aria quattro volte in direzioni cardinali diverse con la precisione di una bussola biologica, poi si avviò con passo deliberato verso il personale LNGS che si era avvicinato per accogliere il convoglio.
C'erano tre persone. Un tecnico in camice grigio con un tablet, una donna in abito formale, il tipo che gestisce le relazioni istituzionali e preferisce non toccare niente con le mani, e un militare in borghese che era militare esattamente quanto Ferro era militare, si riconoscevano dall'andatura, dal modo in cui i piedi trovavano sempre una base stabile prima del passo successivo.
Brando si diresse verso il tecnico in camice.
Lo annusò metodicamente, scarpe, ginocchia, mani, il tablet che teneva appoggiato al fianco. Il tecnico si irrigidì piano, nel tentativo, fallito, di sembrare che non lo stesse facendo. Brando si fermò. Lo guardò. Lo annusò ancora, questa volta concentrandosi sulla tasca destra del camice, che conteneva qualcosa di interessante dal punto di vista olfattivo, un panino, probabilmente, o i resti di uno.
Poi si sedette.
«È a posto,» disse Emy.
Il tecnico non sembrava sicuro di essere stato promosso o classificato.
Brando si alzò e si avvicinò alla donna in abito formale. La storia si ripeté con variazioni minori. La donna rimase immobile, composta: aveva affrontato cose peggiori e non aveva intenzione di abbassare lo standard adesso. Brando le annusò le scarpe con rispetto professionale, poi si girò e tornò verso Emy, due diligence completata, a giudicare dall'espressione.
Il militare in borghese non fu ispezionato. Brando gli lanciò uno sguardo laterale dal quale Emy dedusse che probabilmente si erano già capiti, nel senso che esisteva una comprensione tacita tra loro sulla natura reciproca che rendeva il processo superfluo.
Il Territorio di Ferro
L'interno era diverso da qualsiasi altra cosa avessero attraversato negli ultimi due giorni.
Non era il freddo, il freddo c'era, l'aria condizionata dei laboratori teneva una temperatura costante che non era calda ma nemmeno ostile, il tipo di clima gestito che suggerisce macchinari precisi e persone che sanno esattamente cosa stanno facendo. Non era la luce, artificiale, piatta, senza ombre corte o lunghe, la luce delle strutture che non hanno finestre perché le finestre non servono quando sei dentro una montagna.
Era la pressione. Non fisica, qualcosa di diverso, come quando entri in una stanza dove una conversazione importante si è appena interrotta.
Ferro camminava davanti a tutti con un'andatura che Emy non gli aveva mai visto completamente: non quella del militare in campo, testa bassa e decisioni rapide, né quella dell'uomo fuori contesto che cerca di sembrare in contesto. Questa era l'andatura di casa propria: ogni angolo, ogni protocollo, ogni volto nei corridoi, tutto già noto. Salutava con piccoli gesti, nomi, mezze frasi. Funzionario dopo funzionario, porta dopo porta, il Gran Sasso si apriva davanti a lui come un sistema che riconosceva il suo amministratore.
Emy guardava.
Lo stradario era nella borsa. Non serviva qui: niente incroci, viottole fuori carta o checkpoint improvvisati. Soltanto corridoi, una sala con sedie e tavolo, un monitor spento e il solito caffè di macchinetta istituzionale.
Li lasciarono lì.
Ferro disse che avrebbe controllato i canali sicuri. Disse sistemazione, disse protocollo, disse alcune parole che avevano senso ma che Emy ascoltò con la parte del cervello deputata alle parole che hanno senso mentre l'altra parte registrava il tono, la postura, il momento in cui Ferro aveva smesso di guardarla negli occhi e aveva spostato lo sguardo leggermente sopra la spalla sinistra.
Rossi rimase con loro.
Rossi sedeva al tavolo con le mani sul ripiano e la schiena dritta. Aveva deciso di aspettare prima di dire ciò che sapeva.
Davide aprì la borsa di Emy, estrasse una barretta di cioccolato che non si ricordava di aver messo, la guardò come si guardano venti euro ritrovati in un cappotto di novembre, e la ruppe in pezzi con la metodicità di anni passati a dividere spicchi d'arancia all'intervallo del calcetto.
Ne passò uno a Fabiano senza guardarlo. Uno a Max. Uno ad Emy. Si fermò un secondo davanti a Rossi, pausa di un battito, poi glielo porse anche a lei con la stessa naturalezza degli altri.
Rossi lo prese. Non disse grazie, ma lo mangiò.
Brando seguì tutta l'operazione con attenzione professionale, poi alzò gli occhi su Davide con un'espressione che era inequivocabilmente un conto aperto.
«La cioccolata fa male ai cani,» disse Davide.
Brando abbassò le orecchie di tre millimetri. Tornò a guardare la porta.
Fabiano si era seduto nell'angolo e guardava il monitor spento. Il sarcasmo era sparito. Teneva la testa appena inclinata, in ascolto di qualcosa che Emy non percepiva.
Max stava in piedi vicino alla porta. Le mani sui fianchi. Guardava il corridoio attraverso il vetro rettangolare della porta e ogni tanto le abbassava ai lati del corpo e le guardava, il gesto di verifica che Emy aveva imparato a riconoscere, palmi in su, palmi in giù.
Nodo Sette
Ferro tornò dopo venti minuti. Non da solo, con il tecnico in camice che li aveva accolti nel piazzale, che adesso reggeva il tablet con l'aria di uno che sta per mostrare qualcosa che non si aspettava di dover mostrare.
«Avrei bisogno che il vostro sistemista desse un'occhiata alla sala server,» disse Ferro. La frase uscì troppo levigata per essere improvvisata. «Stiamo aggiornando alcuni log di accesso e una seconda coppia di occhi non farebbe male.»
Emy guardò Max. Max guardò Ferro. Poi guardò il tecnico.
«Va bene,» disse Max.
Li seguì fuori dalla sala. Attraverso il vetro della porta Emy vide Max camminare accanto al tecnico, la schiena dritta e le mani di nuovo ai fianchi, pronte senza sapere ancora a cosa.
La sala server era visibile parzialmente dal corridoio, attraverso un secondo vetro divisorio, un rettangolo orizzontale che permetteva una linea di visuale parziale sull'interno. Emy non si alzò. Da dove era seduta riusciva a vedere Max che entrava, si fermava, guardava i rack.
Non si avvicinò subito.
Rimase a due metri dai pannelli, le mani lungo i fianchi, la testa leggermente inclinata di qualche grado verso sinistra, il gesto di un ascolto non del tutto nitido. Il tecnico gli disse qualcosa, indicando il tablet. Max non guardò il tablet. Guardò i rack.
Poi fece un passo verso il pannello centrale. Allungò la destra e la fermò a pochi centimetri dal rack, prendendo le misure prima del contatto.
Ritirò la mano.
Disse qualcosa al tecnico. L'uomo alzò lo sguardo dal tablet, rispose e digitò sullo schermo. Si fermò, digitò di nuovo e fissò Max. Attraverso due vetri Emy non distingueva i dettagli, ma vide il tecnico stringere il tablet contro il petto.
Tornarono nella sala cinque minuti dopo. Max si risedette accanto a Emy. Il tecnico sparì di nuovo nel corridoio senza fermarsi.
Brando, dall'angolo vicino alla porta dove era rimasto per tutto il tempo, abbassò le orecchie di un millimetro e si rimise a guardare dritto davanti a sé. Agente rientrato. Situazione invariata.
«Cos'era?» chiese Emy sottovoce.
Max guardò le mani. Le girò una volta, palmi in su. «C'è una backdoor nel nodo sette. Nel sottosistema di routing della rete interna.»
«L'avevi già visto?»
«No. Non l'ho visto.» Pausa. «L'ho sentito.»
Emy non disse niente.
«Come quando senti che un filo nel muro fa zigzag invece che dritto, ma non l'hai aperto il muro,» disse Max. «È quel tipo di cosa. Dal corridoio, sono entrato e ho sentito che c'era qualcosa di storto nel flusso del nodo sette. Non nei log, nel flusso. Come un'irregolarità nei campi.» Si fermò. Cercò le parole. «Non so descriverlo meglio.»
«Non devi,» disse Emy.
«Il tecnico l'ha verificata. È vecchia, nel codice da almeno sei mesi, forse più. Dice che non corrisponde a niente che si aspettava di trovare lì.» Si fermò. «Non mi ha spiegato cosa significa in termini operativi. Non è affar mio.»
Pinocchio parlò piano, dal pannello laterale della borsa dove lo tenevano fermo con una fascia elastica. Il volume al minimo, stava imparando quando abbassarlo. «Emy. Max ha appena fatto qualcosa che non è previsto nel profilo operativo standard di un sistemista informatico, indipendentemente dal livello di esperienza.»
«Lo so.»
«Sto aggiornando i modelli.»
Max guardò la scatola nera. Poi guardò Emy. «Confortante come sempre.»
«È un processo evolutivo,» disse Pinocchio. «Statisticamente entusiasmante.»
Traceroute
Fabiano aveva smesso di guardare il monitor. Ora fissava il soffitto senza la posa da palcoscenico che usava quando voleva essere visto pensare. Questa volta le labbra si muovevano appena e non cercavano pubblico.
Davide aveva finito la sua metà della barretta di cioccolato e stava guardando la borsa di Emy con la speranza metodica di una fede incrollabile: l'universo premia la costanza.
«Pinocchio,» disse Max, «i due campioni anomali del TRNG. Sei riuscito a caratterizzarli meglio?»
«In parte. Posso descrivere la struttura del segnale più che la sorgente fisica.» Una pausa. «È come fare un traceroute verso un host che non conosci. Vedi gli hop. Non sai dove arriva.»
Max annuì: riconosceva la metafora, veniva dal suo campo, e la trovava precisa.
«Tipo quando su Among Us sai che c'è un impostore ma non sai ancora chi,» disse Davide, senza alzare lo sguardo dalla borsa.
«Eccellente uso dell'analogia,» disse Fabiano dal soffitto.
«Grazie.»
«Sbagliata, ma eccellente.»
«Fabi, tra un attimo ti tiro il cartone della barretta e …»
«Vai avanti,» disse Fabiano dal soffitto. «Non mi disturberebbe.»
Davide aprì la bocca. La richiuse. Brando, dall'angolo dove era seduto vicino alla porta, sollevò le orecchie per un secondo poi le riabbassò con la flemma di chi preferisce non essere coinvolto in questioni di famiglia.
«Il punto,» riprese Pinocchio, «è che i due campioni contengono gruppi ricorrenti diversi. Posso descriverli, non attribuirli a una fonte.»
Silenzio.
«Più di un interlocutore?» disse Fabiano.
«Ipotesi possibile. Un guasto complesso lo è altrettanto.»
«È quello che dice sempre chi sa già la risposta e non vuole ancora dirla,» disse Fabiano.
«Effettivamente,» disse Pinocchio.
Emy li lasciò parlare. Guardava la porta. Guardava il corridoio attraverso il vetro. Ferro era da qualche parte nella struttura, ai canali sicuri, e ogni volta che un passo si avvicinava alla porta e si allontanava senza fermarsi, qualcosa nel suo sistema di allerta interno si reimpostava al punto di partenza e ricominciava ad aspettare.
Cosa Vi È Successo a Valle Cupa
Rossi trovò il momento quando Davide e Fabiano uscirono nel corridoio, c'era una macchinetta del caffè a trenta metri e l'operazione richiese una negoziazione breve ma sostanziale su chi avrebbe gestito i soldi e chi avrebbe scelto il tipo di caffè, negoziazione che si concluse con Davide che teneva i soldi e Fabiano che sceglieva ignorando completamente l'esistenza della funzione democratica.
Max era alla porta, di schiena, guardava il corridoio.
Brando era vicino all'ingresso, seduto, le orecchie puntate verso qualcosa che non c'era ancora.
Rossi si avvicinò al lato del tavolo dove era seduta Emy. Non si mise di fronte, si mise accanto, in modo che la conversazione non avesse la geometria di un interrogatorio.
«Signora.»
«Emy,» disse Emy automaticamente.
Una piccola pausa. «Emy.» Rossi abbassò la voce di un registro. «Da Valle Cupa in poi tengo un elenco mentale. Non scritto, mentale. Davide e la barriera. Max e il drone, prima del rilevamento. Fabiano e l'uomo al checkpoint. Il cane.» Fece una pausa. «Lei e la viottola che non era sullo stradario.»
Emy non disse niente.
«Non sono coincidenze,» disse Rossi. «Ho visto abbastanza sul campo per sapere quando una cosa è una coincidenza e quando è un pattern. E non sto cercando una spiegazione adesso, so quando non è il momento di cercare spiegazioni.»
«Sei brava a sapere quando non è il momento.»
«È quello per cui mi pagano.» Rossi fece una pausa. «Ma voglio che tu sappia che l'elenco c'è. E che se in un momento futuro avrai qualcosa da dirmi, sono qui.»
Emy la guardò. Rossi aveva gli occhi attenti e piani di sempre, senza la fretta di precedere l'interlocutore. Aspettava una risposta e sembrava disposta ad ascoltarla.
«Cosa vi è successo a Valle Cupa?»
La domanda era lì. Semplice, diretta, senza bordi.
Emy pensò alla lista. La lista che continuava a compilare da Valle Cupa in poi, la lista di cose che avrebbe dovuto capire prima o poi e che per il momento era più sicura tenerla in forma di lista piuttosto che di conclusioni. La lista era diventata molto più lunga. Non era ancora un manuale.
«Non lo so ancora,» disse Emy. «Davvero. Non è una risposta tattica, è che non ho ancora le parole giuste.»
Rossi annuì una volta.
«Ma quando le avrò,» disse Emy, «sei la prima a cui lo dico.»
La promessa uscì senza cerimonia, dalla stanchezza che lasciava spazio soltanto all'onestà utile.
Rossi non sorrise, fece qualcosa di meno di un sorriso ma di più di niente. «Va bene,» disse.
Si alzò e tornò al suo posto con la stessa compostezza con cui era venuta.
Intenzionale
Pinocchio aspettò che la sala si svuotasse un'altra volta, Davide che convinceva Fabiano a mostrargli come funzionava la macchinetta del caffè nel senso che non riusciva a farcela da solo con un caffè, Rossi che seguiva Ferro nel corridoio per un aggiornamento di sicurezza, Max che era tornato alla porta con le mani sotto i palmi sul bordo del pannello di controllo della pressurizzazione, assorbito da qualcosa che non stava guardando ma sentendo. Brando era ai piedi di Emy, le zampe anteriori allungate sul pavimento freddo, le orecchie leggermente più alte del solito.
Il led verde pulsò.
«Emy.»
«Sono qui.»
«Ho aspettato osservazioni ripetute prima di dirtelo. Non voglio portarti paura senza separare fatti e ipotesi.»
«Dimmi.»
Una pausa. Non la latenza di elaborazione, Pinocchio aveva smesso di avere latenze di elaborazione per le cose che sapeva. Questa era la latenza di una decisione in corso: come dire qualcosa di difficile.
«Da Valle Cupa ho due serie di osservazioni. La prima è l'anomalia del TRNG. La seconda sono i comportamenti che vi ho sentito descrivere e che ho osservato quando avevo una fonte: la forza di Davide, il formicolio di Max, le letture di Fabiano, il modo in cui anticipi i percorsi.»
Emy aspettò.
«Sono iniziati nella stessa finestra temporale.»
La sala era silenziosa. Dal corridoio arrivava il rumore lontano della macchinetta del caffè e la voce di Davide che chiedeva a Fabiano se quello schifo era il normale o se aveva sbagliato qualcosa, e la voce di Fabiano che spiegava che erano la stessa cosa.
«Nel senso che…» disse Emy.
«Nel senso che lo stress da solo non spiega una barriera di cemento spostata da Davide o Max che anticipa un collegamento radio,» disse Pinocchio. «La sfera potrebbe avervi misurati o modificati durante il test. È la mia ipotesi principale, non un evento che ho osservato: non avevo sensori biologici nella cripta.»
Emy sentì qualcosa spostarsi, non nella stanza, dentro. Come quando sposti un pezzo su una scacchiera e ti accorgi che stavi guardando il gioco sbagliato.
«E ha fatto qualcosa con quei dati,» disse.
«Potrebbe averlo fatto. Non so il meccanismo e non posso ancora distinguere un effetto intenzionale da una conseguenza accidentale.»
Silenzio.
«Da chi?»
«Non so nemmeno se esista un “chi”. Potrebbe essere un sistema automatico. Ho paura che la correlazione sia reale.»
Emy guardò la scatola nera. Il led verde. La superficie di lega di magnesio che non si scalda mai, che non si scalfisce, che non lascia impronte, come qualcosa che era stato progettato per durare molto più di quanto chiunque in questa stanza potesse ragionevolmente immaginare.
«Continua ad averla,» disse Emy.
«Scusa?»
«La paura. È buona. Significa che stai capendo qualcosa di reale.»
Un momento.
«Questa,» disse Pinocchio, con qualcosa nel tono che assomigliava vagamente al sollievo, «è la risposta più utile che potessi darmi.»
Trentadue Secondi
Brando si alzò.
Non di scatto, si alzò con la progressività di chi ha preso una decisione e la sta eseguendo con ordine, dal centro della sala verso la porta, e le orecchie non erano dritte verso il soffitto come nella ricognizione del drone, non puntavano verso l'esterno come nella viottola, puntavano verso il corridoio dall'altra parte del vetro rettangolare della porta.
Verso la direzione da cui arrivava Ferro.
Emy vide le orecchie di Brando puntarsi. Il cane si mise fra lei e l'ingresso, chiudendo la linea senza che nessuno glielo chiedesse.
Non ringhiava. Non era pericolo, era qualcosa che stava per accadere, e Brando lo sapeva, e aveva deciso di essere già posizionato quando succedeva.
Max si voltò dalla porta. Guardò Brando. Guardò Emy.
Rossi rientrò nella sala più in fretta del solito. La calma delle ultime ore era sparita; teneva la mascella serrata.
Ferro era dietro di lei.
La sua andatura era cambiata. Non molto, chi non lo conosceva non avrebbe notato niente. Ma Emy lo conosceva abbastanza da leggere la differenza tra il Ferro che gestisce una situazione secondo un protocollo previsto e il Ferro che gestisce una situazione che non ha previsto.
Si fermò in mezzo alla sala. Guardò la famiglia. Guardò Pinocchio. Guardò Emy per un secondo troppo lungo.
«Ho ricevuto una comunicazione,» disse.
Aspettò che Emy alzasse gli occhi su di lui.
«Viktor Moretti si è presentato all'ingresso principale. Ha con sé un avvocato e un mandato di custodia provvisoria per l'unità AI. Intestazione ministeriale. L'ufficio ha competenza formale sui prototipi militari riclassificati fuori servizio.»
La sala rimase ferma.
«Il mandato è formalmente valido?» chiese Rossi.
«Al momento dell'emissione, sì.»
«Al momento dell'emissione,» ripeté Rossi, sottolineando la distinzione: non aveva intenzione di lasciarla cadere.
Ferro non rispose a questo.
Emy guardava Ferro. Ferro, a sua volta, non guardava Pinocchio, guardava il tavolo, il punto preciso tra lei e la scatola nera, come qualcuno che sta cercando di capire quale dei due pesi sia più pesante.
«Quanto tempo abbiamo?» disse Emy.
«Il mandato prevede notifica di accesso entro trenta minuti dall'arrivo.» Ferro alzò lo sguardo. «Sono arrivati dodici minuti fa.»
Trentadue secondi prima che Ferro aprisse la porta, Brando aveva puntato le orecchie verso il corridoio e si era alzato.
Nessuno commentò questo. Ma tutti l'avevano visto.
Diciotto Minuti
Ferro non perse tempo.
Prima ancora che qualcuno avesse elaborato la notizia di Moretti, aveva già la radio in mano e stava parlando in un codice breve che Emy non riconosceva. Abbassò la radio. «Il protocollo di custodia prevede una valutazione tecnica dello stato del dispositivo prima di qualsiasi trasferimento formale. Documentazione firmata da un responsabile scientifico del laboratorio. È procedura standard.» Fece una pausa calcolata, il tipo che lascia parlare il sottotesto. «Richiede tempo.»
«Quanto tempo?» disse Rossi.
«Il tempo che ci vuole per fare le cose bene.»
Rossi non disse niente, ma qualcosa nel modo in cui spostò il peso da un piede all'altro suggeriva che aveva capito esattamente cosa stava facendo Ferro e che lo trovava, se non elegante, almeno operativamente corretto.
Quattro minuti dopo, entrò il Professor Mancini.
Aveva sessantadue anni, un camice bianco con una macchia di pennarello indelebile sul polsino sinistro che non si era tolta da abbastanza tempo da essere diventata identitaria, e un'andatura sempre un po' più veloce del necessario: nel laboratorio, l'equazione in elaborazione mentale non aspetta. Era il responsabile dei rilevatori di particelle del piano B3, quello che nessun raggio cosmico poteva raggiungere, quello che stava cercando la materia oscura da diciassette anni con la stessa certezza metodica con cui un pescatore esperto cala la lenza sapendo esattamente cosa c'è sott'acqua anche se non lo ha ancora visto.
Si fermò sulla soglia. Guardò la sala. Guardò le persone. Guardò Pinocchio.
Si avvicinò a Pinocchio.
«Lei è l'unità AI coinvolta nell'anomalia del TRNG,» disse, nel tono di un'ipotesi già formulata nel corridoio e adesso solo da verificare.
«Non esattamente,» disse Pinocchio. «Ha lavorato con me, non attraverso di me.»
Mancini sollevò le sopracciglia di tre millimetri, il massimo della sorpresa che sembrava concedersi in situazioni professionali. «Interessante distinzione.» Si girò verso Ferro. «Posso sedermi?»
«Faccia pure.»
Si sedette di fronte a Pinocchio. Appoggiò i gomiti sul tavolo, naturale: non gli servivano posture formali per prendere le cose sul serio. «Allora. Mi spieghi cosa sta ricevendo.»
«Non sono sicuro di "ricevere" sia il termine corretto,» disse Pinocchio. «Questo è il problema.»
«Bene,» disse Mancini. «Partiamo da lì.»
Emy guardava Mancini e Pinocchio rimbalzarsi termini che il resto del tavolo afferrava a metà. Fabiano, accanto a lei, aveva abbandonato l'espressione da tesi di laurea. Per una volta ascoltava senza giudicare e senza cercare di diventare la persona più interessante della stanza.
«Il mio TRNG,» disse Pinocchio, «è l'unico componente del mio sistema che non posso prevedere nemmeno io. Entropia pura, il rumore quantistico che per definizione non ha struttura.»
«Lo so cos'è un TRNG,» disse Mancini.
«Lo so che lo sa. Lo sto spiegando per documentazione.» Una pausa. «Dopo il test con la sfera ha prodotto due sequenze con ripetizioni statisticamente anomale. Non so se portino informazione e non posso ancora escludere un guasto interno.»
Mancini non si mosse per tre secondi interi.
«Decoerenza indotta,» disse infine.
«È una possibilità. Per chiamarla decoerenza indotta servono misure indipendenti.»
«Come se qualcuno usasse i tuoi qubit come substrato di scrittura senza aprire il file,» disse Mancini. «Oppure come se il generatore fosse guasto.»
«Sono le due ipotesi che dobbiamo separare.»
«Le particelle mi hanno abituato alle sfumature.» Mancini si raddrizzò. «Quindi niente quinta forza e niente tachioni finché i dati non lo richiedono.»
«Concordo con entusiasmo. Abbiamo una sequenza meccanica inviata con un telefono, una reazione della sfera e un'anomalia del TRNG nello stesso istante. Nessuno strumento ha misurato un segnale in uscita.»
Mancini indicò il terminale. «Per ora la chiamiamo anomalia TRNG.»
«Accurato e terribilmente poco cinematografico,» disse Pinocchio.
Davide, dall'angolo in cui stava cercando di capire quando la sua presenza nel corridoio sarebbe stata meno necessaria della sua presenza nella stanza, alzò la mano. «Scusate. I tachioni non sono quelli di Star Trek?»
«Li usa come dispositivo narrativo per la comunicazione istantanea,» disse Pinocchio. «In questo caso non abbiamo il diritto di usarli nemmeno come scusa.»
«Quindi Star Trek non ci aiuta.»
«Anzi,» disse Mancini, «ci ricorda il connettore ottico allentato del 2011. Prima si cercano gli errori ordinari.»
«E questo è…?»
«È meno divertente,» disse Davide.
Fu Max a fare la domanda che Emy stava formulando mentalmente dall'angolo della stanza.
«Professore.» Max si era avvicinato al tavolo senza che Emy lo avesse visto muoversi, camminava come camminava sempre quando stava pensando, senza consapevolezza del proprio corpo nel percorso. «Quello che lei ha qui, i rilevatori del B3, i sensori. È possibile aggiungere qualcosa a Pinocchio? Un ricevitore per spettri che già conosciamo, infrarosso, microonde, particelle, quello che ha disponibile, miniaturizzato, che si interfacci col suo sistema esistente?»
Mancini lo guardò. «Perché?»
«Perché voglio registrare canali indipendenti. Radio e infrarosso, con tempi sincronizzati al TRNG. Se l'anomalia si ripete, avremo qualcosa da confrontare.»
Mancini rimase in silenzio per un momento. «Ho un modulo SDR miniaturizzato nel B2, ricetrasmettitore a bassa potenza da 500 kHz a 1,75 GHz. Posso aggiungere un sensore IR passivo. Niente rilevatore di neutrini tascabile: la fisica ha ancora una dignità.»
«Il Bluetooth lo gestiamo noi,» disse Pinocchio.
«Quanto tempo?» chiese Ferro.
Mancini guardò il soffitto come si guarda un calendario mentale. «Per fare le cose bene? Tre ore.»
«Abbiamo diciotto minuti.»
Una pausa. Mancini guardò Max. «Lei ha trovato la backdoor nel nodo sette senza toccare il rack.»
Max non rispose.
«Ha sentito i campi elettromagnetici attraverso il pannello metallico a due metri di distanza.»
Ancora silenzio.
«Se mi aiuta a individuare i punti di connessione sull'involucro esterno di Pinocchio senza aprirlo,» disse Mancini, «possiamo fare le cose bene in quindici minuti.»
Max guardò Emy. Emy non disse niente, non aveva bisogno di farlo. Lo conosceva abbastanza da sapere che stava già calcolando, e che l'unica variabile che stava ancora pesando non era se ma quanto costerà.
«Andiamo,» disse Max.
Emy sentì Pinocchio collegare i moduli uno alla volta, non con parole, ma nel modo in cui il suo led cambiava cadenza, leggermente più veloce, poi stabile su un ritmo che non aveva mai avuto prima. Mancini lavorava in silenzio con due sonde e una scatola di interfaccia che sembrava costruita con componenti di almeno tre epoche diverse della tecnologia. Max stava accanto a Pinocchio con le mani a pochi centimetri dalla superficie, le palme rivolte verso la lega di magnesio.
Non lo toccò mai.
Guidava. Diceva: «Tre centimetri a sinistra. No, un centimetro indietro. Lì.» E Mancini spostava la sonda e Pinocchio confermava con un impulso del led. Come se Max vedesse l'interno del chip attraverso il metallo, come se le correnti e i field tensor fossero visibili a lui quanto i colori sono visibili agli altri.
Fabiano guardava la scena in piedi accanto alla porta. Non disse niente per tutto il tempo, il che era già di per sé straordinario.
Rossi contava i minuti sul suo orologio militare con la stessa espressione con cui avrebbe monitorato un perimetro.
Davide si era seduto sul pavimento con Brando contro il fianco: fuori dai piedi e disponibile se fosse servito qualcosa di fisico.
Gli occhiali arrivarono sette minuti dopo l'inizio, Mancini li aveva recuperati da un armadio nel corridoio B4. Erano occhiali da spettroscopia ottica da laboratorio: lenti grandi, montatura in plastica nera rigida, le dimensioni di qualcosa progettato per lavori di precisione in ambienti ad alta illuminazione, non per sembrare eleganti in nessuna circostanza della vita. Avevano un modulo IR laterale delle dimensioni di un accendino fissato al ponte nasale con del nastro biadesivo blu.
«È il meglio che abbiamo,» disse Mancini, senza scuse.
«Funzionano?» chiese Max.
«Pinocchio, prova.»
Il led pulsò. Max indossò gli occhiali. Si girò verso la porta. Si fermò.
«Vedo Rossi,» disse. «In termico. C'è una fonte di calore leggermente più alta sulla spalla destra, vecchia contusione, probabilmente.»
Rossi non si girò. «Caduta da un elicottero nel 2019. Spalla mal saldata.»
Max abbassò gli occhiali. Li rimise. Si girò verso Brando.
Brando lo guardò attraverso il calore del suo stesso campo corporeo, trenta chili di pitbull visibili come una sagoma arancione e gialla contro il grigio freddo del pavimento.
«Vedo il cane,» disse Max.
«Questo era già noto,» disse Pinocchio.
«Vedo il cane in termica.» Una pausa. «È diverso. È come… guardare il mondo con un senso in più invece di uno diverso.»
Successe alla fine del tredicesimo minuto.
Max abbassò le mani. Non si spostò, stava ancora in piedi accanto a Pinocchio, le braccia lungo i fianchi, ma le mani erano ferme in un modo che non erano mai state ferme nelle ultime ventiquattro ore. Non nel senso della calma, nel senso dell'assenza.
Non sentiva niente.
Emy lo vide dalle mani. Le dita di Max persero la tensione sottile che avevano assunto davanti ai rack e ricaddero sul tavolo. Mani normali, un po' rigide al mattino.
Max si sedette su una sedia, lento: aveva esaurito qualcosa di preciso e sapeva esattamente quanto ci sarebbe voluto per ricaricarsi.
«Sto bene,» disse, prima che qualcuno facesse la domanda.
«Non ho chiesto,» disse Emy.
«Lo so.» Pausa. «Le mani. È come avere... fischi nelle orecchie dopo un concerto. Ma nelle mani. Non sento nessun campo. È…» cercò le parole «…molto silenzioso, qui dentro, adesso.»
Mancini staccò il cavo di interfaccia. Guardò Max con l'espressione di un fenomeno appena osservato e già difficile da mettere per iscritto nel prossimo rapporto scientifico. «È la prima volta che le succede?»
«La prima volta che lo uso così.»
Mancini annuì, non il gesto di chi comprende, il gesto di chi archivia. «Tornerà. I sistemi che operano su feedback di campo tendono a ristabilirsi. I neutrini lo fanno sempre.»
«Sto bene,» ripeté Max, questa volta a Emy.
Emy gli portò il suo pezzo di barretta di cioccolato che aveva ancora in tasca. Glielo mise in mano. Max la guardò. Non disse niente, ma la mangiò.
Mancini si alzò. Guardò l'orologio a muro. «Quattordici minuti e quarantadue secondi. Ho fatto di meglio, ma non con questo equipaggiamento.»
«Pinocchio,» disse Emy. «Come ti senti?»
Una pausa. Poi: «Come qualcuno che era abituato a guardare il mondo attraverso un buco della serratura e adesso ha una finestra.» Poi, con qualcosa nel tono che era riconoscibilmente Pinocchio e non qualcos'altro: «La metafora è imprecisa ma è quella che ho.»
«Va bene,» disse Emy.
Fu Brando ad alzarsi per primo.
Brando lasciò il fianco di Davide e andò alla porta. Puntò le orecchie verso il corridoio e rimase fermo.
Trenta secondi dopo, la porta si aprì.
Ferro. Rossi un passo indietro. E dietro di loro, attraverso la soglia, con la naturalezza di un tempismo studiato, il momento esatto previsto dal protocollo, non un secondo di più, un uomo in completo Tom Ford color antracite con i gemelli in oro che captavano ogni minima variazione di luce della stanza, capelli impomatati all'indietro senza un filo fuori posto, e accanto a lui un avvocato con una valigetta, l'espressione di troppe cause già vinte per trovare interessante anche questa.
Viktor Moretti guardò la stanza.
Guardò la famiglia. Guardò Pinocchio con i nuovi moduli attaccati alla superficie. Guardò Max seduto con le mani ferme sulle ginocchia e gli occhiali da laboratorio sul tavolo davanti a lui.
Sorrise.
Era il sorriso di un'aspettativa confermata.
«Buonasera,» disse Viktor Moretti. «Ho un mandato.»