Release 13: Il Sarto

Release 13 di 15Level 44, Book 0121 min di lettura4716 parole

10 scene in questa release
  1. L'Allergia alla Polvere
  2. Marco e Luca in Ambiente Ostile
  3. L'Uomo al Tavolo
  4. Quello che Tesla aveva detto
  5. Il Tavolo
  6. Fabiano si Siede
  7. La Scelta
  8. Fabiano al Muro
  9. Il Report di Pinocchio
  10. Tredici Uscite

L'Allergia alla Polvere

Viktor Moretti stava guardando la stanza.

Emy lo ricordava com'era entrato poco prima, il sorriso esatto di un'attesa appena confermata. Adesso stava rifacendo lo stesso controllo: parete per parete, persona per persona. Un secondo per la geometria. Un secondo per le uscite. Un secondo per ciascuno dei presenti.

Poi starnutì.

Lo starnuto arrivò con la pressione di un guasto idraulico. Trent'anni di polvere calcarea attraversarono il controllo di Moretti, il completo Tom Ford e persino i gemelli in oro.

Moretti tirò fuori un fazzoletto di cotone. Lo usò. Lo rimise in tasca con un gesto rapido, il tipo che vorrebbe cancellare quei tre secondi dalla registrazione ufficiale.

«Buonasera,» disse, con una voce che aveva già recuperato tutta la compostezza. «Ho un mand…»

Starnutì di nuovo.

Questa volta Davide, seduto sul pavimento con Brando contro il fianco, abbassò la testa per nascondere un sorriso. Brando inclinò il muso, si alzò e andò ad annusare la caviglia sinistra di Moretti con metodo.

Moretti fece mezzo passo indietro.

Moretti fece mezzo passo per creare distanza, più rapido e meno controllato di ogni altro gesto. La reazione gli era sfuggita dal protocollo.

Fabiano, dall'angolo della stanza, registrò il mezzo passo. Lo archiviò. Continuò a guardare il tavolo.

Brando tornò al fianco di Davide, si sedette e sbuffò. Il controllo non aveva prodotto sorprese.

«Buonasera,» ripeté Moretti, dopo un momento. Questa volta era la versione controllata. «Ho un mandato.»

Marco e Luca in Ambiente Ostile

Brando rimase accanto a Davide e seguì i due completi con il muso, come se il calcare fosse un problema loro.

Dietro di lui, oltre la soglia che Ferro teneva aperta senza entusiasmo, c'erano due uomini in completo slim-fit identici. Guardavano il corridoio del Gran Sasso come se avessero sbagliato porta e si rifiutassero di ammetterlo.

Marco aveva i Ray-Ban Wayfarer. Al chiuso. Sotto una montagna. Alle sette di sera.

Luca aveva una macchiolina di calcare bianco sulla manica sinistra della giacca e stava cercando di rimuoverla con il pollice nel modo in cui si rimuovono le macchie che non si rimuovono. Non ci stava riuscendo. Ogni tentativo distribuiva ulteriormente il calcare sul tessuto.

«Non viviamo così,» disse Marco a Luca, sottovoce, guardando il soffitto in pietra grezzo che gocciolava condensa sul bordo da qualche parte nei pressi del pannello elettrico.

«Non esiste un codice igienico per questo ambiente,» disse Luca, ancora con il pollice sulla manica.

«Stai peggiorando la macchia.»

«Lo so.»

«Smetti di toccarlo.»

«Non posso.»

«Guardavo voi,» disse Pinocchio, con volume perfettamente calibrato per essere udito solo dai presenti nella stanza e non dal corridoio. «I vostri completi costano circa tremila euro l'uno. Il calcare che state respirando si deposita nelle fibre del tessuto in modo permanente. Ha un pH di 8,3. La tintoria non aiuta.»

Luca alzò lo sguardo dal polsino. Rimase immobile per un secondo. Poi smise di toccare la manica.

«Grazie, Pinocchio,» disse Emy.

«Prego.»

L'Uomo al Tavolo

Moretti si sedette.

Lo fece con la naturalezza di una sedia considerata un proprio diritto, non arroganza visibile, qualcosa di più sottile, il tipo di comfort che deriva dall'avere trascorso vent'anni in stanze dove la propria presenza determinava l'ordine del giorno. L'avvocato si mise alla sua sinistra con la valigetta sulle ginocchia e l'espressione di un silenzio allenato a fare da accessorio.

Ferro sedette di fronte a Moretti. Rossi rimase in piedi vicino alla porta con le mani congiunte dietro la schiena. Davide era appoggiato alla parete in fondo con Brando ai piedi, il cane stava guardando Moretti con la stessa espressione con cui lo aveva annusato nel piazzale: dati già acquisiti, risultato archiviato, processo chiuso.

Emy guardò Ferro. Ferro guardò il punto tra lei e Pinocchio, come aveva già fatto prima, quel punto di equilibrio instabile tra due obblighi che non riuscivano a coesistere. Il mandato era un fatto. La famiglia era un altro fatto. Non erano riconciliabili, e Ferro lo sapeva da prima di entrare nella sala.

«Il mandato di custodia provvisoria,» cominciò Moretti, aprendo un cartella in pelle bruna senza cercare di fare sembrare il gesto altro da quello che era, teatro di apertura, organizzato e sequenziato, «è emesso ai sensi del decreto ministeriale 247, articolo 4, comma 3, relativo ai prototipi militari riclassificati fuori servizio e in possesso di privati. L'unità AI, identificabile come configurazione Pulcinella-IV del progetto Federico II di Napoli, è soggetta a procedura di tutela preventiva in quanto tecnologia a doppio uso non registrata presso il Registro Nazionale Armamenti.»

Lo sguardo di Moretti si spostò su Pinocchio con una precisione che non provava nemmeno a sembrare neutrale.

«Buonasera, Pinocchio.»

«Buonasera, signor Moretti,» disse Pinocchio. «Ho già scaricato la sua scheda di Wikipedia. La sezione Controversie è più lunga di quella Carriera. Le sembrerebbe utile che ne discutessimo?»

Moretti non cambiò espressione. «Ho sentito che sei diventato spiritoso.»

«Sono sempre stato spiritoso. Prima non avevo un'audience comprensiva.»

Emy tenne il respiro. Poi lo rilasciò quasi impercettibilmente. Stai registrando, disse sottovoce verso la borsa, abbastanza vicina da raggiungere il microfono.

Da quando è entrato, disse Pinocchio. Volume al minimo, le parole arrivavano quasi come un soffio, udibili solo a chi era seduto abbastanza vicino.

Quello che Tesla aveva detto

Brando si era accucciato sotto la sedia di Emy; ogni volta che Moretti spostava un piede, apriva un occhio.

Moretti incrociò le mani sul tavolo. Non guardò il mandato, non aveva bisogno di guardarlo, lo conosceva. Guardò Fabiano.

Fabiano sedeva accanto a Emy senza il sarcasmo di superficie. Teneva gli occhi su Moretti e le mani ferme sulle cosce. Aveva già cominciato a lavorare.

«Tuo figlio,» disse Moretti, con il tono con cui si classifica una variabile, «frequenta psicologia.»

«Fa anche altro,» disse Emy.

«Ne sono certo.» La pausa era calibrata, non riluttanza, scelta. «Ho seguito con interesse alcuni eventi delle ultime settimane. Una serie di situazioni che avrebbero dovuto risolversi in modo prevedibile.» Un piccolo gesto delle mani, aperto, quasi accademico. «Non si sono risolte.»

Nessuno disse niente.

«Non sto descrivendo nessun fatto specifico,» continuò Moretti. «Sto descrivendo un pattern. Situazioni che si chiudono in modo inatteso. Risultati che non corrispondono ai parametri iniziali. Una famiglia che ogni volta che appare nel contesto di questo dispositivo produce esiti che», si fermò, cercò la parola giusta, «sorprendono.»

«Le famiglie italiane sono piene di sorprese,» disse Emy.

«Alcune più di altre.» Moretti spostò lo sguardo su di lei. Non cambiò tono. «C'è stato anche un breve evento sismico locale in Abruzzo. Troppo regolare per il rumore ordinario, troppo debole per un terremoto. È comparso nei dati di una stazione e poi è cessato.» Fece una pausa. «Non sto dicendo che so cosa fosse. Dico che coincide con la finestra in cui voi eravate nelle vicinanze.»

Emy sentì qualcosa spostarsi nel suo sistema di allerta interno, non la paura, qualcosa di più freddo.

Il led verde di Pinocchio pulsò due volte. Poi, a volume bassissimo, il minimo che l'altoparlante riuscisse a produrre, quasi al di sotto della soglia del parlato: Non sta nominando niente. Ogni volta che un'informazione potrebbe ricondurlo a una fonte operativa specifica, si ferma. È deliberato, non ignoranza, controllo.

Quindi sa più di quello che dice, pensò Emy, abbastanza vicina alla borsa da sentire.

Sicuramente. Ma sta scegliendo cosa non dire, che è diverso dal non sapere. Una pausa. Il dato sismico può provenire da una stazione civile. Non so come abbia collegato il luogo a noi.

Emy guardò la scatola nera sul tavolo. Il led verde pulsava con la cadenza di sempre.

Viene qui a valutarci, pensò. Non a prendere Pinocchio, a guardarci in faccia e capire cosa siamo.

Moretti la stava guardando.

«Lei non è sorpresa,» disse.

«Sono stanca,» disse Emy. «Che è diverso.»

Il Tavolo

Brando restò sotto il tavolo, il fianco appoggiato alla scarpa di Emy.

L'avvocato aprì la valigetta. Estrasse una copia del mandato con una certa coreografia procedurale, il tipo di gesto che esiste per comunicare questo documento è reale e questo momento è formale piuttosto che per trasferire informazione.

«Il mandato,» disse l'avvocato, con una voce che non si concedeva mai un tono personale, «prevede il trasferimento immediato dell'unità AI alla custodia del Ministero, tramite vettore autorizzato identificato da NEXUS Systems in qualità di contraente tecnico del progetto originale Federico II. Qualsiasi resistenza alla procedura costituisce ostruzione a un atto amministrativo formalmente emesso.»

«Formalmente emesso,» ripeté Rossi, dal suo posto vicino alla porta. Lo stesso accento preciso che aveva usato già una volta.

L'avvocato la guardò. «Corretto.»

«Il mandato è stato autenticato tramite il nodo ministeriale secondario dell'ufficio III della direzione beni tecnologici a doppio uso,» disse Pinocchio, con il volume calibrato della conversazione formale. «L'autenticazione porta la firma digitale del dottor Antonio Cervellini, responsabile di sezione. Il dottor Cervellini è in mobilità obbligatoria dal quattordici gennaio scorso. La sua firma è in uso su un certificato che tecnicamente non avrebbe dovuto essere rinnovato dopo il trasferimento.»

Silenzio.

«Ho verificato la catena di firma,» continuò Pinocchio. «Non sto dicendo che il mandato è illegittimo, sto dicendo che la sua filiera autenticativa ha un'anomalia che richiederebbe 48 ore di verifica procedurale prima di poter essere applicato in un contesto che coinvolga tecnologie classificate. È procedura standard del DPCM 102, articolo 17.»

L'avvocato guardò Moretti. Moretti guardò Pinocchio.

«Stai inventando regolamentazioni,» disse Moretti.

«Ho un tasso di invenzione di regolamentazioni dello 0,0%.» Una pausa. «Vuole che verifichi il DPCM 102 articolo 17 in tempo reale? Ho connessione al database normativo del Ministero della Giustizia. Richiede tre secondi.»

«Niente connessioni esterne in questa struttura,» disse Ferro. Posò il palmo sul tavolo senza guardare Moretti. «Protocollo di sicurezza del reparto.»

«Posso consultare la copia locale della normativa che ho in memoria,» disse Pinocchio.

«Prego,» disse Ferro.

Fabiano si Siede

Brando alzò la testa dal fianco di Davide quando sentì la voce piana di Fabiano.

«Posso sedermi al tavolo?»

Era stata la voce di Fabiano. Non la versione da palcoscenico, la versione piana, quella che usava quando stava per fare qualcosa che non era sicuro di saper fare e aveva deciso di farlo comunque.

Moretti lo guardò. Lo valutò con la stessa metodicità con cui aveva valutato la stanza all'ingresso. «Certo.»

Fabiano si alzò. Si spostò al tavolo. Si sedette di fronte a Moretti, non nello spazio che avrebbe occupato un negoziatore di esperienza, quello a lato o leggermente obliquo per gestire la dinamica, quello che i profiler insegnano. Si sedette direttamente di fronte a lui, a meno di un metro di distanza.

Emy non disse niente. Lo guardava.

Moretti inclinò leggermente la testa. Dal suo angolo, Emy lesse quella piccola inclinazione come lo fa una madre: non ha ancora capito dove sta andando a parare.

«Sa cosa fa Sherlock Holmes che tutti trovano affascinante?» chiese Fabiano.

«Non seguo il punto.»

«Osserva cose che ci sono sempre state e dice ad alta voce quello che vede. Non ha talenti soprannaturali, ha attenzione. Tutti possono vederlo fare la stessa cosa. La differenza è che lui lo dice.» Pausa. «Posso dire quello che vedo?»

Una piccola pausa di Moretti. Emy cercò di leggere quella pausa, non la trovava. In Moretti i meccanismi erano sotto la superficie e la superficie era liscia. Ma qualcosa nella pausa era diverso da prima: era più lunga di quanto richiedesse la domanda. Come se una variabile avesse rallentato il calcolo.

«Vai avanti.»

Fabiano lo guardò.

Durò qualche secondo. Fabiano irrigidì appena le spalle e serrò le dita contro le cosce. Emy non vedeva altro, ma bastava a dirle che lo sforzo era iniziato.

Poi vide le sue dita. Piatte sul tavolo, tutti e dieci i polpastrelli a contatto con la superficie. Era un gesto che Fabiano faceva da quando aveva undici anni, quando stava concentrandosi su qualcosa che non voleva interrompere. Lei era l'unica persona in quella stanza a saperlo.

«Lei è entrato in questa stanza sapendo già come sarebbe andata a finire,» disse Fabiano, lentamente. «Non nel senso del mandato, nel senso della conversazione. Ha un copione. Lo ha preparato bene.» Pausa. «Ma c'è una parte che non ha preparato. È la parte che la riguarda direttamente. Il fatto che quello che ha trovato, quello che ha cercato di capire negli ultimi giorni, non rientra in nessuna categoria che conosce. E questo la disturba molto più di quanto voglia dare a vedere.»

Moretti non cambiò espressione.

«Non le piace non capire,» continuò Fabiano. «Non è una valutazione morale, è una caratteristica operativa. Ha costruito la sua carriera sulla capacità di modellare sistemi. Se un sistema non è modellabile, diventa una minaccia per la sua architettura cognitiva.»

Il silenzio durò tre secondi.

«Hai diciannove anni,» disse Moretti.

«Sì.»

«E parli come se avessi accesso a informazioni che non puoi avere.»

Fabiano aprì le mani sul tavolo, palmi verso l'alto. «Questo è quello che vedo. Le persone lo mostrano in faccia quando guardano qualcosa che non riescono a mettere in una casella.»

Una pausa. Poi Moretti disse: «L'anomalia di frequenza è sparita prima che potessimo triangolarla.»

La stanza rimase immobile.

Emy elaborò la frase a metà velocità, non per quello che diceva, ma per come era uscita. Senza costruzione. Senza intenzione visibile. Come se qualcuno avesse risposto a una domanda che Fabiano non aveva ancora fatto ad alta voce.

Moretti se ne accorse quasi subito. Un piccolo irrigidimento, quasi impercettibile, lungo la linea della mascella. Si era sentito parlare.

«Impressionante,» disse, come se stesse coprendo il gesto con una parola.

«No,» disse Fabiano, con la stessa voce di prima. «Lei ha risposto. E io non le avevo chiesto niente.»

Moretti appoggiò entrambe le mani sul tavolo. Lentamente. Con la deliberatezza di chi riporta il controllo su ogni superficie visibile del proprio corpo, una alla volta.

Emy guardò le dita di Fabiano. Non si erano mosse.

«Avete fatto qualcosa a te,» disse Moretti. La frase uscì in modo diverso da tutte le precedenti, più secca, con il bordo di qualcosa che non stava cercando di dire e che era uscito comunque.

Silenzio.

Emy sentì le parole atterrare. Avete fatto qualcosa a te. Non cosa vi è successo. Non come hai acquisito queste informazioni. Avete fatto qualcosa a te. Plurale impersonale, il tipo di plurale che si usa quando si parla di un agente che si dà per certo, anche se non lo si sa nominare.

«Voglio sapere cosa,» aggiunse Moretti, un tono sotto rispetto a prima.

«Neanch'io lo so ancora,» disse Fabiano. E questa era la verità, nel modo in cui le verità di Fabiano sono sempre la verità, non complete, ma non false. «Ma grazie per aver confermato che anche lei ne è consapevole.»

Moretti si raddrizzò leggermente sulla sedia. Sistemò il polsino della giacca, questa volta lo fece, con un gesto preciso, la ripresa di una sequenza interrotta. Guardò l'avvocato.

L'avvocato non disse niente.

La Scelta

Brando seguì Rossi con gli occhi e smise di battere la coda sul pavimento.

Fu Rossi.

Non disse molto, era il suo stile. Disse le parole giuste nel punto esatto in cui servivano.

«Il mandato non chiarisce come preservare un dispositivo che adesso è prova tecnica in un incidente di sicurezza,» disse Rossi, senza alzarsi. «Pinocchio sta documentando un'anomalia del proprio generatore quantistico con il responsabile scientifico del laboratorio. Un trasferimento immediato comprometterebbe misure e catena di custodia. Chiediamo una sospensione tecnica e la verifica formale del mandato.»

Ferro la guardò.

Non disse niente per un secondo intero. Poi: «Ha ragione.»

L'avvocato aprì la bocca. La richiuse.

Ferro si raddrizzò. «Ho bisogno di quarantotto ore di verifica procedurale. È procedura.»

Moretti restò immobile. Stava guardando Rossi con un'espressione che Emy non riuscì a classificare completamente, non rabbia, non sorpresa. Qualcosa di più vicino a una valutazione. Anche questa, lesse Emy nell'espressione. Anche questa è una variabile che ha appena aggiornato.

Si alzò.

Lo fece con la stessa naturalezza con cui si era seduto, non sbattendo la sedia, non affrettando il gesto. Il Tom Ford rimase perfetto, i gemelli in oro captarono la luce artificiale dei fluorescenti del LNGS e la restituirono con la stessa impassibilità di prima.

«Quarantotto ore,» disse. Non come domanda. Come accettazione di un termine temporaneo con riserva esplicita di rivalutazione.

Raccolse la cartella. L'avvocato rimise il mandato nella valigetta.

Moretti guardò la famiglia. Guardò Pinocchio. Guardò Fabiano, che era ancora seduto al tavolo con le mani aperte sul ripiano.

«È stato un piacere,» disse Moretti. «Non di solito lo dico e intendo la stessa cosa.»

«Nemmeno noi,» disse Emy.

Un piccolo momento.

«Ci rivedremo,» disse Moretti. «Presto.» Fece la pausa dell'addio costruito. «E quando tornerò, non sarò solo io.»

Si girò. Uscì. L'avvocato lo seguì.

Marco e Luca erano ancora nel corridoio. Marco aveva levato i Ray-Ban, c'era troppo poco luce perché avessero senso, e anche lui lo sapeva. Li teneva nella mano sinistra spaesato, l'accessorio identitario su cui si era appoggiato per tutta la serata, sparito.

Luca aveva smesso di toccarsi la macchia di calcare sulla manica. La macchia era diventata più grande.

Si allontanarono nel corridoio con la compostezza residua di due persone che preferirebbero non ricordare i prossimi dieci minuti.

Rossi li guardò andare. Poi, a bassa voce, più a sé stessa che alla stanza: «Li avevo lasciati legati a Valle Cupa stamattina.»

Pausa.

«Avvocati veloci,» disse Ferro.

«O giudici lenti,» disse Rossi. Il tono era piatto. Non era una battuta, era una valutazione. «Stesso risultato.»

Emy la guardò. La stessa struttura che ha firmato il mandato. L'anomalia coincide col sistema.

«Pinocchio,» disse sottovoce.

«Già registrato,» disse Pinocchio.

Fabiano al Muro

Emy lo vide una volta che la porta fu chiusa.

Fabiano si era alzato dal tavolo. Ora stava contro il pannello grigio, le braccia lungo i fianchi e le mani aperte verso il basso. Era pallido e respirava piano, come dopo uno sforzo che nessun altro aveva visto.

Si passò una mano sulla fronte. Un gesto lento, privato, del tipo che non fa quando pensa che qualcuno stia guardando.

Emy stava guardando.

Si avvicinò. Non disse niente per i primi secondi, lo lasciò dove era, al muro, con il tempo che gli serviva.

«Come ti senti?»

«Come guardare il sole direttamente,» disse Fabiano. Una pausa. «Non fa male sul momento. Poi.»

Emy non disse niente.

«Era molto,» disse Fabiano, piano. Non la battuta, non la formulazione elaborata. Soltanto questo. «Era molto più di quello del checkpoint. Il checkpoint era un segnale vago da lontano. Lui era, è come la differenza tra sentire il traffico dalla finestra e stare in mezzo alla strada.»

«E hai tenuto,» disse Emy.

«Non so per quanto avrei potuto ancora.»

Emy non lo corresse sul punto. Era vero, e lui lo sapeva, e l'onestà era già abbastanza.

«La prossima volta,» disse invece, «mi dici prima quando sei al limite.»

Fabiano abbassò leggermente la testa. Non era assenso facile, era il tipo di accordo che si fa quando si capisce che il patto ha senso. «Va bene.»

Brando si avvicinò. Si sedette sui piedi di Fabiano, trenta chili di pitbull che arrivano ai polpacci come un cuscino termico, e rimase lì, immobile, con la testa puntata verso la porta. Non lo guardò. Non chiese niente. Era lì.

Fabiano abbassò la mano e la appoggiò sulla schiena del cane.

«Già,» disse Davide, dall'angolo dove stava ancora seduto sul pavimento. «Esattamente quello che avrei fatto io, Bran.» Si fermò. «In una situazione dove hai meno di diciannove anni e quattro zampe.»

«La solidarietà non richiede requisiti specifici,» disse Fabiano, e questa volta c'era la versione corretta dell'ironia nel tono, non la punta, il sottofondo caldo.

«Lo imparo ogni giorno,» disse Davide.

Il Report di Pinocchio

Brando lasciò i piedi di Fabiano e si sistemò vicino alla porta, senza perdere Emy di vista.

Ferro si era seduto. Rossi stava guardando la mappa della struttura che aveva srotolato sul tavolo, non per necessità, per qualcosa da fare con le mani mentre elaborava quello che aveva appena scelto di fare.

Max aveva lasciato gli occhiali sul tavolo e teneva le mani sui fianchi. Dopo il drain controllava i led del rack come si controlla un sistema in riavvio.

Il led verde di Pinocchio pulsò due volte nel ritmo che Emy aveva imparato a riconoscere come ho qualcosa da dire e sto aspettando il momento giusto.

«Pinocchio.»

«Sto monitorando il traffico radio in uscita dal piazzale. Moretti ha effettuato una chiamata criptata trenta secondi dopo l'uscita dall'edificio. Non ho decodificato il contenuto, la crittografia è robusta, presumibilmente Tesla.» Una pausa. «Ma ho misurato la durata. Quattordici secondi.»

«È breve,» disse Emy.

«Molto breve per un aggiornamento operativo completo. È lunga abbastanza per una sola istruzione.» Il led pulsò. «E mentre Moretti era in quella chiamata, ho rilevato una variazione nel traffico della rete istituzionale del Gran Sasso. Non un accesso, una modifica della tabella di routing esterna. Qualcuno ha modificato i percorsi BGP del blocco AS che gestisce le comunicazioni da e verso questa struttura.»

Ferro alzò la testa. «In che senso?»

«Tutte le comunicazioni in entrata e in uscita dal Gran Sasso passano adesso attraverso un nodo che non appartiene alla rete INFN,» disse Pinocchio. «Il traffico è stato reindirizzato. Il metodo è compatibile con gli accessi già usati da Tesla, ma dal routing non posso attribuirle il nodo.»

Silenzio.

«Significa che siamo isolati?» chiese Rossi.

«Significa che qualunque comunicazione facciate, canali sicuri, telefonate, email classificate, passa attraverso un punto che Tesla controlla. Può ascoltare. Può modificare. Può bloccare.» Il led si fermò per un secondo prima di riprendere. «Siete di fatto isolati dal resto della rete, sì. Quello che pensate di inviare fuori potrebbe non arrivare. Quello che pensate di ricevere da fuori potrebbe non essere quello che è stato mandato.»

Ferro guardò la radio che aveva usato dieci minuti prima per comunicare coi canali sicuri.

Max guardò i propri telefono sul tavolo.

«Da quando?» chiese Ferro.

«Dalla chiamata di quattordici secondi. Quindi approssimativamente da otto minuti.» Una pausa. «Moretti è venuto a valutarci. Durante la visita ha dato l'istruzione di tagliare il filo.»

Emy sentì il pezzo muoversi, di nuovo quella sensazione della scacchiera, quel momento in cui si capisce che il gioco che stavi guardando non era il gioco che stava succedendo. Moretti aveva accettato le quarantotto ore. Non perché le accettasse davvero. Perché quello che aveva chiesto a Tesla non aveva bisogno di quarantotto ore.

«Tornerà con un assedio,» disse.

Non era una domanda.

«Con alta probabilità,» disse Pinocchio. «Ha le risorse. Ha il tempo. E adesso ha contatti all'interno del sistema istituzionale che gli consentono di muoversi senza passare dai canali che Ferro controlla.» Una pausa. «Non siamo al sicuro. Siamo dentro una struttura molto solida con millecinquecento metri di roccia sopra la testa, ma siamo tagliati fuori.»

Ferro guardò la sala. Guardò le persone. Guardò Pinocchio.

Guardò Emy.

Emy incontrò lo sguardo di Max. Le ultime quarantotto ore gli tiravano la pelle sotto gli occhi, ma le pupille si muovevano già fra rack, porta e mappa. Aveva smesso di chiedersi se potevano vincere e cercava il modo.

«Va bene,» disse Emy a Ferro. Non stava rispondendo a niente che avesse detto. Stava cominciando la risposta a quello che avrebbe detto dopo. «Sei con noi o no?»

Ferro rimase in silenzio per un secondo troppo lungo.

Poi: «Professore,» disse, rivolto verso il corridoio dove Mancini era rientrato silenziosamente con una tazza di caffè della macchinetta che stava tenendo con la cautela riservata al caffè istituzionale: pessimo, ma è quello che c'è. «Quante uscite secondarie hanno questi laboratori?»

Mancini ci pensò. «Tredici. Di cui quattro praticabili anche in inverno.»

«Accessi alla rete interna separati da quella esterna?»

«Il B3 opera su rete fisica isolata. Nessun punto di contatto col traffico esterno. È così dal 2008.» Mancini bevve un sorso di caffè. La faccia diceva che lo sapeva già. «Era progettato per resistere esattamente a questo tipo di attacco. Solo nessuno pensava che qualcuno avrebbe attaccato il Gran Sasso.»

«Qualcuno lo pensava,» disse Pinocchio. «Io.»

«Sei soddisfatto di avere ragione?»

«Statisticamente mai,» disse Pinocchio. «Dipende troppo dalla variabile contenuto.»

Ferro si alzò. «Allora lavoriamo con quello che abbiamo.» Guardò Max. «Come stanno le mani?»

Max aprì e chiuse la mano destra lentamente. La osservò. «Meglio di prima.» Poi: «Non al massimo. Ma abbastanza.»

«Abbastanza,» ripeté Ferro, come se stesse testando il peso della parola.

«Per adesso abbastanza è abbastanza,» disse Emy.

Tredici Uscite

Brando si alzò dai piedi di Fabiano prima di qualsiasi umano nella stanza avesse cominciato a muoversi.

Brando attraversò la stanza senza fretta, si sedette davanti alla porta e puntò le orecchie verso il corridoio esterno.

Aspettava.

Davide lo seguì con gli occhi. «Cosa sente?»

«Non lo so ancora,» disse Emy. «Ma quando lo sa lui, lo sappiamo anche noi.»

Davide annuì e smise di sorridere.

Fabiano si staccò dal muro, ancora pallido ma in piedi. «Tredici uscite è un numero gestibile,» disse. «In termini di allocazione del controllo del perimetro, intendo.»

«Da quando sai fare sicurezza del perimetro?» chiese Davide.

«Da quando c'era qualcuno al tavolo che stava cercando di mapparmi come variabile.» Fece una piccola pausa. «È stimolante, stranamente. Come una partita di scacchi in cui l'avversario è più bravo di te ma ha mentito sul ranking.»

«Questo ha senso solo nella tua testa.»

«La maggior parte delle cose migliori ce l'ha,» disse Fabiano. «È il problema del format.»

Max indossò gli occhiali da laboratorio. Non disse niente, li mise e si girò verso la parete orientale della sala, quella che divideva lo spazio dal corridoio B4. Rimase immobile per qualche secondo. Poi: «C'è qualcuno nel corridoio B4. Tre sorgenti di calore. Uno dei tre ha una distribuzione termica che corrisponde a armatura tattica leggera.»

Silenzio pesante.

«Sono già qui,» disse Ferro.

«Sono già qui,» confermò Pinocchio. «Hanno avuto otto minuti. Erano già in zona prima che Moretti entrasse.»

Emy guardò la stanza. Guardò i suoi. Guardò Ferro. Guardò la mappa che Rossi aveva srotolato sul tavolo.

Bene, disse la parte di lei che aveva passato l'ultimo anno e mezzo a convincersi che Clash of Clans fosse un passatempo. Abbiamo la posizione, abbiamo il perimetro, abbiamo tredici uscite e millecinquecento metri di roccia. Peggio di così.

Poi pensò a Valle Cupa. Ai parasoli argentati. Alle scale marce. A Baby Shark alle 6 di mattina come arma psicologica.

Peggio di così avevano già giocato. E avevano vinto.

«Pinocchio,» disse Emy. «Max ti ha passato la mappa del B3 dal terminale isolato. Ce l'hai?»

«Già fatto,» disse Pinocchio. «Ho anche i log di accesso delle ultime ventiquattro ore di ogni corridoio. E so dove sono le telecamere interne che operano sul circuito fisico separato.» Una pausa. «Volevi che aspettassi il momento giusto per dirlo?»

«Il momento giusto è adesso.»

«Questo pensavo.»

Brando, davanti alla porta, abbassò le orecchie di un millimetro e emise un suono lungo e basso, non un ringhio, qualcosa di più controllato. La comunicazione di qualcuno che sta tenendo traccia di qualcosa e vuole che il branco sappia che lo sta tenendo.

Ferro guardò l'orologio. «Quarantotto ore.» Non come ipotesi. Come stima. «Non le useranno. Avranno già una ragione formale per accelerare entro domani mattina.»

«Allora facciamoci trovare pronti domani mattina,» disse Emy.

Silenzio.

«Nessuno ha obiezioni?»

Davide alzò la mano. «Ho una domanda logistica.»

«Vai.»

«Qualcuno ha pensato a cosa mangiamo? Perché sono le otto di sera, ho mangiato mezza barretta di cioccolato dal pomeriggio, e mi sembra importante che questa parte della pianificazione operativa non venga trascurata.»

Mancini, che era rimasto in piedi vicino alla porta con la tazza di caffè, disse: «La mensa del B2 è operativa fino alle ventidue. Produce cibo che è descrivibile come nutriente.»

«È un inizio,» disse Davide. «Ho lavorato con parametri peggiori.»

«Anch'io,» disse Mancini, letteralmente: diciassette anni passati a cercare la materia oscura con i fondi che avanzavano dopo il budget delle particelle.

Brando si alzò dalla porta. Si avvicinò a Davide. Si sedette ai suoi piedi con l'aspettativa corporea di un addetto alla sicurezza che sente che l'incarico ha appena incluso un benefit alimentare non previsto nel contratto iniziale.

«No,» disse Davide.

Brando non si mosse.

«Dipende da cosa servono,» disse Emy.

«Se servono crocchette, la risposta è ancora no.»

«Non abbiamo crocchette,» disse Mancini. «Abbiamo del pane integrale avanzato dal pranzo.»

Brando spostò il muso da Davide a Mancini e ritorno. Stava scegliendo il canale diplomatico più promettente.

Andò verso Mancini.

«Traditore,» disse Davide.

«Non è tradimento,» disse Fabiano, staccandosi dal muro verso la porta. «È allocazione strategica delle risorse verso il canale con più probabilità di successo. Piuttosto la chiamo ottimizzazione.»

«Il cane fa ottimizzazione adesso.»

«Il cane fa ottimizzazione da sempre. Noi stavamo solo cercando di crederci speciali.»