Release 14: Il Game
Release 14 di 15Level 44, Book 0119 min di lettura4161 parole
Diciassette Minuti
Il led verde di Pinocchio pulsava tre volte al secondo invece di uno.
Emy lo notò mentre stendeva lo sguardo sulla mappa del B3 che Rossi aveva srotolato sul tavolo, non la frequenza normale, quella con cui Pinocchio scandiva i cicli di elaborazione ordinaria, ma quella più rapida che Emy aveva imparato a leggere come sto tenendo troppe cose aperte in contemporanea e mi costerebbe spiegartele tutte adesso.
«Pinocchio,» disse, senza alzare la voce.
«Sto monitorando le tre sorgenti di calore nel B4 via modulo IR, le tabelle di routing BGP che Tesla ha modificato, il traffico radio in uscita dal piazzale e i log di accesso di tutte e tredici le uscite del B3.» Una pausa di mezzo secondo. «Aggiornamento, prima che tu lo chiami lamentela.»
«Dammi le uscite in ordine di priorità.»
Il led pulsò. Poi, in sequenza rapida ma leggibile, il ritmo con cui Pinocchio dava informazioni operative quando capiva che dall'altra parte qualcuno stava già costruendo un piano mentre ascoltava: tre uscite praticabili, quattro sbarrate da chiusure automatiche che Max avrebbe potuto ribaltare con accesso al rack B3, sei coperte da telecamere interne sul circuito fisico separato, due con visuale verso il piazzale nord dove si trovava l'ultimo segnale radio di Moretti.
Emy le ascoltò senza interromperlo. Nel frattempo stava già posizionando i pezzi: Ferro e Rossi al cordone perimetrale del B1, Max al rack, Davide come blocco fisico nel corridoio centrale, Fabiano un gradino più indietro, non in prima linea, ma abbastanza vicino da avere un bersaglio.
«Non sono ancora al massimo,» disse Fabiano, leggendo la posizione che Emy gli stava assegnando con la stessa semplicità con cui leggeva tutto il resto. Non era un'obiezione, era un dato. Lo stava consegnando perché lo avevano deciso al muro: la prossima volta mi dici quando sei al limite.
«Non ti serve il massimo,» disse Emy. «Ti serve abbastanza per dieci minuti.»
Fabiano considerò la frase. La pesò nel modo particolare con cui pesava le cose prima di accettarle, non come se dubitasse, come se volesse essere sicuro di averla capita bene. «Posso fare dieci minuti.»
Fu in quel momento che Mancini aprì un armadietto nella parete est della sala.
Lo fece in silenzio, aveva aspettato il punto esatto della conversazione in cui l'azione sarebbe risultata pertinente, e adesso lo aveva trovato. Dalla mensola superiore tirò fuori una chiave elettronica su cordino di nylon blu, del tipo che nei laboratori istituzionali nessuno sa dove sia finita finché qualcuno la cerca disperatamente alle due di notte.
La posò sul tavolo accanto alla mappa.
«Il master del sistema di ventilazione del B3,» disse. «Non so se vi serve. Ma mi sembrava il momento giusto per dirlo.»
Il led di Pinocchio accelerò di nuovo. «Mi serve. Grazie.»
«Da quando,» disse Max, che stava guardando la chiave con l'espressione di chi ha appena scoperto un componente non documentato in un sistema che credeva di conoscere, «i fisici delle particelle hanno il master dei sistemi di ventilazione?»
«Da sempre,» disse Mancini. «Il laboratorio l'ha presentato come sicurezza operativa. Io ho trovato più accurato definirlo non fidarsi completamente degli ingegneri dei sistemi dall'esterno.» Bevve il suo caffè. «Un'opzione che tredici anni di ricerca applicata con i fondi che avanzano ha dimostrato ragionevole.»
Nessuno ribatté nulla, perché era una posizione difficile da contestare.
Davide si alzò dal pavimento dove era rimasto seduto con Brando al fianco per tutta la pianificazione. Si stirò le spalle, non per drammatizzare, per una ragione meccanica evidente. Poi guardò Brando.
«Sei con me,» disse, come se stesse confermando un accordo già preso.
Brando era già in piedi.
Non aveva aspettato la conferma. Si era alzato nel momento esatto in cui Davide si era alzato, non di riflesso, deliberato: la direzione la conosceva già. Si era posizionato alla sinistra di Davide, le orecchie leggermente avanzate, lo sguardo verso il corridoio.
Davide lo guardò. «Non ti ho assegnato io.»
Brando non rispose.
«Giusto,» disse Davide.
Tre Sorgenti
Brando era alla sinistra di Davide, già rivolto verso il corridoio.
Le tre sorgenti di calore nel B4 si mossero alle ventidue e diciassette.
Emy lo sapeva prima che Pinocchio lo dicesse, quella latenza azzerata tra il dato e la comprensione che da Valle Cupa in poi aveva smesso di cercare di spiegare e aveva cominciato semplicemente a usare. Due sorgenti verso il B2. Una ferma all'incrocio B4/B1, il coordinatore, l'anello radio, quello che teneva insieme il timing dell'assalto.
«Si dividono,» disse Pinocchio, una frazione di secondo dopo.
«Lo so,» disse Emy. «La terza resta ferma.»
Silenzio tecnico. Poi: «Come…»
«Poi,» disse Emy.
Il corridoio si ricompose nella testa di Emy come una mappa tattica. Nessuna HUD sovrapposta alla vista: soltanto la geometria dell'ambiente che acquistava funzione appena la osservava. A sinistra del pannello di giunzione B2, la conduttura principale abbassava il soffitto a centotré centimetri per quattro metri. La seconda porta blindata B2/B1 aveva un ciclo di chiusura lento; non lo aveva letto sulla mappa, lo aveva visto nel modo in cui si vedono le cose che valgono.
Girò la testa verso Max, che era fermo davanti al rack del B3 con le braccia lungo i fianchi.
«Quella seconda porta blindata tra B2 e B1,» disse. «Ciclo di chiusura lento.»
Max la guardò. «Sì.»
«Puoi anticiparlo?»
Max guardò il rack. Gli occhiali erano rimasti sul tavolo. Si avvicinò, appoggiò le mani sulla superficie metallica e rimase immobile per tre secondi, gli occhi fermi sui led.
«L'attuatore fisico ha un ritardo meccanico di undici secondi,» disse, senza staccare le mani. «Il software funziona. Il cilindro idraulico è usurato; conoscendo la sequenza, si può anticipare il ciclo con un segnale di pressione dal modulo di ventilazione.» Una pausa. «Bisogna usare la chiave di Mancini.»
Mancini, che stava ancora tenendo il caffè, abbassò la tazza. «Questa anomalia è classificata come problema tecnico aperto da tre anni.» Guardò prima Max, poi le mani sul rack. «Come fai a saperlo?»
Max staccò le mani dal rack. Le guardò per mezzo secondo. «Ho toccato il rack.»
Mancini ci pensò. Bevve il caffè. «Va bene così.»
«Ho anche una cattiva notizia,» disse Pinocchio.
«Una,» disse Emy.
«E una peggiore.»
«Quella peggiore.»
«Sono uguali.» Il led pulsò. «Uno dei tre operativi usa un protocollo radio criptato che riconosco. È lo stesso schema di pacchetti che Tesla usa per la gestione remota dei droni. Il che significa che c'è un vettore di comunicazione attivo che non passa dalla rete BGP tagliata, passa direttamente al dispositivo del coordinatore. Non posso intercettarlo dall'esterno senza creare rumore.»
Ferro: «Quindi il coordinatore ha un canale protetto con Tesla.»
«Con Tesla o con qualcuno che usa la stessa architettura. Sì.» Pausa. «Il che rende il coordinatore la variabile critica. Finché opera, l'assalto è coordinato. Se smette di operare, i due nel B2 vanno a tentativi.»
Rossi alzò lo sguardo dalla mappa. Guardò Fabiano.
Fabiano stava guardando la griglia di ventilazione nella parete est, quella che separava il B3 dal corridoio verso il B4.
Il Campanello
Dal monitor B1-nord, Emy vide Davide fermarsi.
Non accadde per un segnale visivo, accadde un istante prima. Davide si irrigidì, il peso leggermente spostato sul piede sinistro, la posizione che aveva davanti ai contrasti in campo. Brando era già in assetto: le orecchie avanzate di tre gradi, la testa inclinata verso l'angolo del corridoio B1/B2.
Qualcosa stava arrivando dall'angolo nord.
I due arrivarono dall'angolo nord.
Completi slim-fit identici. Mocassini senza calze. Uno aveva i Ray-Ban Wayfarer alzati sulla fronte. L'altro aveva ancora la macchia di calcare sulla manica sinistra, più grande adesso, distribuita nel modo esatto in cui Pinocchio aveva detto che si sarebbe distribuita.
Davide li guardò. Li riconobbe nell'istante preciso in cui li vide, come si fa con le persone che hai già visto abbastanza volte da smettere di dover pensarci.
«Quinta,» disse.
I due si fermarono.
Marco inclinò leggermente la testa. «Cosa?»
«Quinta volta che ci incontriamo.» Davide li guardò entrambi con la semplicità di un conto che stava solo confermando. «Il campanello. Il furgone della Polisportiva. Il paese abbandonato. Poco fa con il vostro capo nel corridoio.» Pausa. «Adesso.»
Silenzio.
«Quinta,» confermò Luca, sottovoce, al fratello.
«So contare,» disse Marco.
«Stavo solo…»
«Smettila.»
Davide attendeva. Brando, al suo fianco, guardava i due con l'attenzione metodica di un aggiornamento su una classificazione già solidissima.
«Facciamo che sia l'ultima,» disse Davide. Non come minaccia, come proposta ragionevole tra persone che hanno già trascorso troppe ore nello stesso raggio d'azione. «Per tutti. Fa prima.»
Marco aprì la bocca. La richiuse.
Nel corridoio del B3, la voce di Pinocchio raggiunse Emy a volume bassissimo: «Ha ragione. Statisticamente la dispersione emotiva degli incontri ripetuti con lo stesso avversario produce rendimenti decrescenti per entrambe le parti. È efficiente.» Una pausa. «È anche leggermente tenero, ma questo è secondario.»
Emy tenne il respiro.
I Gemelli avanzarono.
Il Pannello Tagliafuoco
Dal monitor B1-nord, Emy li vide avanzare nel corridoio.
Erano bravi. Lo vide subito, la valutazione precisa che si fa di un avversario che conosce il proprio lavoro. Luca si abbassava, Marco andava alto, il sincronismo era collaudato. Lavoravano come due metà di un sistema che aveva funzionato abbastanza spesso da diventare istinto.
Il problema era che il sistema era stato progettato per funzionare su persone che si spostavano quando venivano spinte.
Luca arrivò basso, spalla avanti, peso sulla gamba destra, una manovra di sbilancio che su qualunque persona normale avrebbe funzionato. Si fermò contro Davide come se avesse colpito un muro. Non un muro che cedeva un po'. Un muro che non registrava il contatto come dato rilevante. Il rimbalzo lo portò di mezzo passo indietro nel corridoio, ancora sul lato sbagliato del binario.
Sul monitor, Davide abbassò lo sguardo sulle proprie mani per mezzo secondo. Poi guardò Marco, ancora a tre metri, già fuori dalla traiettoria giusta.
«Okay,» disse.
Alla sua sinistra c'era il pannello tagliafuoco, una porta scorrevole in acciaio da corridoio tecnico, il tipo che nei laboratori divide i compartimenti a tenuta in caso di emergenza. Stava aperta sul binario, ferma nella posizione di lavoro ordinaria. Davide la prese con una mano, una mano sola, sul bordo, e la spinse sul binario verso la parete opposta. L'acciaio scivolò con uno scricchiolio, il bordo si deformò leggermente sotto le dita dove la pressione si era concentrata, e la porta chiuse il corridoio tra lui e i due nel momento esatto in cui nessuno dei due era abbastanza vicino da fare qualcosa al riguardo.
Entrambi dall'altra parte.
Marco guardò la porta chiusa. Guardò il bordo deformato, le dita avevano lasciato il segno nell'acciaio come si lascia il segno nella creta. Poi guardò Luca.
«Non era nel briefing,» disse Marco.
«Niente di questa famiglia è mai nel briefing,» disse Luca. «Da ieri sera.»
«Da ieri sera,» confermò Marco, con il tono di chi ha provato a mettere a sistema una cosa e ha rinunciato.
Brando guardò la porta deformata. La esaminò attentamente, poi guardò Davide con l'espressione che Emy aveva già imparato a leggere come approvazione tecnica silenziosa. Emise un suono basso e soddisfatto, non un ringhio, qualcosa di più simile a una valutazione positiva.
«Non dire niente,» disse Davide.
Brando non disse niente.
Fascia F
Dal corridoio arrivava il ticchettio delle unghie di Brando accanto ai passi di Davide.
Prima che Emy finisse di indicare la Fascia F, Max era già diretto al pannello giusto. Camminava con una mano a pochi centimetri dalle canaline e correggeva il percorso ogni volta che il formicolio sembrava cambiare. Emy non poteva sapere cosa sentisse; poteva soltanto vederlo scegliere senza consultare la mappa.
Portò la chiave di Mancini al pannello di controllo del sistema di ventilazione B3-alfa e lavorò in parallelo con Pinocchio senza interfaccia visiva. Max diceva dove stava andando. Pinocchio traduceva in azione.
«Porta nord B2. Ciclo lento, anticipalo.»
«Fatto.»
«Luci corridoio B4. Toglile.»
«Ce ne sono due su circuito fisico separato dal pannello principale.»
«Quella di sinistra.»
Una pausa brevissima di Pinocchio. «Come fai a saperlo senza guardare la mappa?»
«Perché quella di destra è su un trasformatore che sento ancora caldo dall'ultimo ciclo di ricarica. Temperatura residua diversa.»
Silenzio.
«La togliamo entrambe?»
«Solo quella di sinistra. Quella di destra la lasciamo, i due nel B2 useranno il cono di luce come riferimento di posizione. Se la tolgono, si fermano. Se la lasciano, pensano di avere ancora visuale sicura.»
Rossi, che stava guardando da tre metri di distanza, disse a bassa voce: «Questo non è normale.»
«No,» disse Emy, che stava guardando la stessa cosa.
«È utile però.»
«Questo sì.»
Max non si girò. Stava già sul passo successivo, il nodo di ventilazione della fascia F, quello che Pinocchio aveva identificato come punto di controllo del sistema di scarico emergenziale. Non ci stava ancora pensando in modo operativo. Stava solo tenendo la mappa della struttura aperta, come una finestra di background, nel caso servisse.
Nel mezzo di questa operazione, il led di Pinocchio cambiò ritmo.
Non fu un rallentamento, fu qualcosa di diverso, come quando un sistema inserisce una pausa non prevista nel ciclo perché ha ricevuto un input fuori sequenza. Durò meno di un secondo.
«Emy,» disse Pinocchio, a volume basso.
«Sì.»
«Il TRNG sta producendo un altro Eco. Adesso. Nel mezzo di questo.»
Emy non smise di guardare la mappa. «Tienitelo. Quando è finita, me lo dici tutto.»
«Sì. Ma devo dirti una cosa adesso: è diverso dagli altri. Gli altri Echi erano output strutturati. Questo è comparso subito dopo una mia azione, come una risposta. Non so ancora se lo sia.»
Emy si fermò un secondo. Un secondo solo. Poi: «Capito. Tienitelo.»
«Sì,» disse Pinocchio. E tornò al suo ciclo.
La Griglia
Pinocchio aveva collocato il coordinatore a quaranta metri, all'incrocio B4/B1. Fabiano fissò la griglia di ventilazione tra le due sezioni, un pannello da quindici per trenta centimetri nel muro del corridoio.
Si avvicinò a Emy. Piano, senza aspettare silenzio. «Il coordinatore tiene in piedi tutta la comunicazione tra i due nel B2 e Moretti fuori. Se riesco a distrarlo, farlo rispondere fuori sequenza anche solo per qualche secondo, i due nel B2 perdono il timing.»
Emy lo guardò. «Puoi farlo da qui?»
«Non lo so.» Una pausa breve, onesta. «Ma la griglia è abbastanza vicina.»
Emy non disse niente. Non aveva niente da dire che Fabiano non sapesse già.
Lui camminò fino alla griglia in silenzio, la decisione era già presa, restava solo il percorso fino all'azione.
Si sedette sul pavimento. Schiena alla parete. Le dita appoggiate al metallo, tutti e dieci i polpastrelli, la stessa posizione del tavolo con Moretti, quella che sua madre aveva riconosciuto perché lo faceva dall'infanzia quando si concentrava su qualcosa che non voleva interrompere.
Emy lo vide da dietro. Vide la tensione nelle spalle, l'irrigidimento sottile che precedeva il momento in cui teneva aperto qualcosa che normalmente si chiudeva da solo. Vide il respiro cambiare: più lento, più intenzionale.
Aspettò.
Nei venti secondi successivi il coordinatore NEXUS rispose fuori sequenza alla radio. La voce partì, si inceppò e riprese tre secondi dopo con il via libera ai due nel B2. Pinocchio scandì la latenza a bassa voce; bastò a far perdere agli operativi il vantaggio nel corridoio di giunzione prima della porta blindata.
Davide passò nel corridoio in quel momento, direzione mensa B2 per motivi logistici che aveva già comunicato come secondari ma che in realtà erano primari. Vide Fabiano seduto per terra con le dita sulla griglia in silenzio.
Abbassò la testa verso Brando. Sottovoce: «Sai cosa sta facendo?»
Brando lo guardò.
«Neanche io,» disse Davide. Pausa. «Ma funziona. Non dirlo in giro.»
Fabiano, dopo, quando si staccò dalla griglia e si appoggiò alla parete con le mani verso il basso, disse solo: «Ho ancora un po'.»
«È abbastanza,» disse Emy.
«Sì,» disse Fabiano. «Era abbastanza.»
Brando si avvicinò. Non a Emy, a Fabiano. Si sedette contro la sua gamba con la solidità silenziosa di trenta chili di pitbull che non chiedono spiegazioni e non ne offrono, e rimase lì.
7734
Il momento in cui Emy capì cosa fare con la valvola di scarico criogenico del B4 fu il momento esatto in cui Mancini la menzionò quasi per caso.
«C'è un'ultima cosa nel sistema di ventilazione che non ho ancora mostrato,» disse Mancini. «Un bypass di emergenza per lo scarico della condensa dei sistemi di raffreddamento criogenico. È una valvola di sicurezza: svuota rapidamente il liquido nel corridoio B4 se si allaga la corsia tecnica superiore.»
Nessuno disse niente.
«Non è mai stata attivata,» continuò Mancini, «nei sedici anni di operatività del laboratorio. Scarica circa ottanta litri al minuto di acqua da raffreddamento, temperatura intorno agli otto gradi, carica di particolato calcareo in sospensione dal circuito delle pompe. Il corridoio B4 si allegherebbe completamente in...» Si fermò a calcolare. «Ventisei, ventotto secondi.»
Pausa collettiva.
«Il codice del pannello è 7734,» aggiunse Mancini. «Poi il pulsante verde.»
Pinocchio: «7734 al contrario è…»
«L'ho già visto anch'io,» disse Emy.
Max, che si era girato dalla tastiera, guardò prima Emy, poi Mancini, poi di nuovo Emy. «Aspettate. Cosa stiamo per fare?»
Pausa.
Davide, che era rientrato dal corridoio con le informazioni sul punto cieco del B2 e aveva sentito l'ultimo scambio: «La cosa col calcare?»
«La cosa col calcare,» disse Emy.
Davide: «Sì.»
Pinocchio: «I Gemelli sono nel B4. Lo stavo per dire.»
Tutti si girarono verso il monitor delle telecamere interne. Marco e Luca avevano trovato il percorso alternativo, il corridoio est del B4, quello che il pannello tagliafuoco di Davide non copriva. Si muovevano determinati: un'opzione persa, un'altra trovata, e nessuna voglia di chiedersi troppo come.
Emy guardò la chiave elettronica sul tavolo.
«Rossi,» disse.
Rossi la guardò.
«7734. Pulsante verde.»
Rossi prese la chiave. Si avvicinò al pannello nel vano B3-alfa. Inserì il codice. Premette il pulsante verde.
Il suono della valvola fu quasi deludente, un thunk meccanico seguito da un sibilo idraulico che aumentò di tono per circa tre secondi prima di stabilizzarsi nel rumore continuo di qualcosa che stava facendo esattamente quello per cui era stato costruito, per la prima volta in sedici anni.
Silenzio nella stanza.
Poi Pinocchio cominciò il report IR.
«...Luca si è fermato. Marco sta cercando un'uscita verso B1.» Una pausa. «La giacca è compromessa. Il calcare a pH 8,3 penetra nelle fibre del tessuto a questa temperatura in…» pausa di un secondo «…quattro secondi. Siamo a sette.»
Nessuno parlò.
«Undici,» disse Pinocchio.
Poi dal corridoio B4, attraverso la griglia di ventilazione, distorta ma perfettamente identificabile nella struttura: la voce di Marco.
«LA GIACCA. LA GIACCA, LUCA…»
Luca: «LO SO…»
Marco: «I MOCASSINI…»
Luca: «ANCHE I MIEI…»
Marco: «NON MUOVERTI, STAI…»
Seguì il tonfo disordinato di due persone che scivolavano quasi insieme sul cemento bagnato, ciascuna impegnata in una fuga incompatibile con l'acqua calcarea a otto gradi e con le superfici lisce. Nessun effetto cinematografico avrebbe potuto migliorarlo.
Silenzio nella stanza del B3.
«Sono caduti,» disse Davide.
«Entrambi,» confermò Pinocchio.
«Contemporaneamente?»
«A 0,3 secondi di distanza. Marco per primo.»
Davide inspirò lentamente. «Questo è il momento più bello della mia vita.» Pausa. «In questa saga, intendo.»
Brando si avvicinò alla griglia di ventilazione e annusò l'aria carica di umidità e calcare. Sbuffò una volta, tornò al fianco di Davide e si sedette. Per lui il rapporto era completo.
«Pinocchio,» disse Emy. «Sono neutralizzati?»
«Sono bagnati, scivolati, privi di qualsiasi motivazione operativa a procedere, e la scarpa destra di Luca è filata verso il bordo del B4-est durante la caduta.» Una pausa. «Ho stimato il valore del guardaroba compromesso tra i due a circa quattromila euro, escluse le calzature. Con le calzature, dipende dalla marca del mocassino, non ho avuto tempo di identificarla con precisione.»
«Diciamo neutralizzati.»
«Sì. Direi di sì.»
La Prima Interferenza
Brando, tornato al fianco di Emy, sollevò il muso quando il led si fermò.
Il led di Pinocchio cambiò.
Emy lo vide nel momento in cui accadde, non il cambio rapido dell'allerta, non il rallentamento dell'elaborazione ordinaria. Una fermata completa. Silenziosa. Il tipo che non appartiene ai cicli normali di nessun sistema che Emy avesse visto operare.
Li contò senza accorgersene: 4,7 secondi.
Poi il led riprese, lentamente.
«Emy,» disse Pinocchio.
Emy lo stava già guardando. «Cos'è successo?»
«Il coordinatore stava per trasmettere le vostre coordinate a Moretti. Modulo compatto, protocollo Tesla, canale protetto, lo stesso schema dei droni. Era in fase di handshake.» Una pausa. «Ho prodotto un picco di interferenza locale sul canale specifico. Il pacchetto non è partito.»
Silenzio breve.
«Non era un'azione prevista nel mio set operativo,» continuò Pinocchio. «Non era un comando.» Pausa. «Ho agito fuori protocollo.»
Emy aspettò. Sapeva che c'era altro.
«Nel mezzo di quei 1,4 secondi, il TRNG ha prodotto una sequenza di collassi di stato che non ho generato io. Non era l'Eco normale. Aveva la struttura di una risposta, non a una trasmissione. A un'azione.»
La stanza si fermò intorno a quella frase.
«Visto cosa,» disse Emy, piano.
«Non lo so con precisione.» Il led pulsò lentamente. «L'output è comparso dopo la mia azione, non prima né durante. La correlazione temporale da sola non distingue una risposta dal rumore o da un artefatto dell'interferenza.» Una pausa. «Non ho una base statistica sufficiente per escludere nessuna delle tre.»
Silenzio.
«Potrebbe essere una coincidenza,» continuò Pinocchio. «Potrebbe essere un artefatto dell'interferenza stessa che si riflette nel circuito. Non ho abbastanza dati per escluderlo.» Una pausa. «Ma se non è una coincidenza, se la struttura era una risposta, allora qualcosa dall'altra parte ha ricevuto informazione su quello che ho fatto. Non so cosa abbia capito. Non so se c'è un'entità che interpreta o un sistema automatico che registra. Non so nemmeno se "notato" è la parola giusta.»
Ferro, che aveva ascoltato in silenzio: «E questo è un problema?»
«Dipende da cosa c'è dall'altra parte e da cosa fa con quella informazione. Di cui non ho dati.» Una pausa. «Quindi: non lo so. Ma mi sembrava importante dirtelo prima che lo scopriste in modo meno piacevole.»
Max, dal rack, non si girò. «Hai appena descritto tutto quello che non sappiamo.»
«Sì,» disse Pinocchio. «Ci sono abituato. Di solito è il punto di partenza migliore.»
Fuori
Brando si appoggiò al ginocchio di Emy mentre lei guardava il monitor esterno.
«Silenzio radio,» disse Pinocchio. «Ventidue e quarantadue. Prima il coordinatore fuori sequenza, poi i due nel B2. Poi niente.»
Emy lasciò che il dato si depositasse.
Sul monitor delle telecamere esterne del piazzale, Moretti era immobile. Diciassette secondi, Emy li contò senza accorgersene. Poi tirò fuori il telefono. Un messaggio in uscita, breve. Ripose il telefono in tasca e si girò verso il parcheggio.
Si allontanò senza correre. Il completo Tom Ford teneva il calore meglio di quanto ci si aspettasse da un capo elegante, ma il freddo di febbraio a quota millecinquecento metri non si negoziava sartorialmente.
«Il mandato è ancora valido,» disse Pinocchio. «Quarantasei ore. Il Gran Sasso non si sposta. E la famiglia non ha un canale sicuro verso l’esterno.»
Emy non rispose. Continuava a guardarlo sul monitor, quella figura in completo scuro che attraversava il piazzale con l'andatura di un passo successivo già deciso.
Marco e Luca lo raggiunsero quattro minuti dopo.
Bagnati a fondo. L'acqua calcarea aveva lasciato sulla giacca di Marco una patina chiara. Luca camminava con un piede calzato e uno in calzino; la suola del mocassino destro era rimasta nel corridoio B4 durante il tentativo di rialzarsi.
Moretti li guardò.
Li guardò per un tempo sufficientemente lungo da coprire tutto il contenuto informativo della scena.
Poi si girò e camminò verso il veicolo senza dire niente. Perché certe cose erano più chiare con il silenzio che con qualsiasi analisi.
Marco e Luca si scambiarono uno sguardo. Poi lo seguirono nel modo in cui si seguono le persone quando non si ha nient'altro da aggiungere alla situazione.
Lo sguardo di Emy
Li vide percorrere il corridoio di uscita sul monitor interno, poi scomparire verso l'ingresso.
Provò qualcosa.
Non pietà. Piuttosto la memoria involontaria che si costruisce con qualcuno incontrato troppe volte dalla parte sbagliata. Il campanello. Il portellone della Picasso che aveva bombardato la BMW con i borsoni da calcio. Il SUV nel fango, i sedili inclinati a quarantacinque gradi, i tergicristalli impazziti. Valle Cupa, le trappole, le scale marce. Adesso questo.
Era una lunga stagione per chiunque ci fosse dentro.
«È stata una lunga stagione anche per loro,» disse, sottovoce, a nessuno in particolare.
Davide, dall'angolo: «Non abbastanza lunga.»
Emy non lo corresse. «No. Probabilmente no.»
Brando, rimasto al suo fianco dall'inizio, si spostò di venti centimetri verso di lei. Ignorò porta e mappa. Scelse Emy.
Emy abbassò la mano. La appoggiò sulla sua schiena senza guardarlo.
Il led verde di Pinocchio cambiò ritmo.
Abbandonò sia la frequenza rapida dell'allerta sia quella ordinaria dell'elaborazione. Restò una pulsazione lenta che Emy aveva imparato a leggere come ho qualcosa da dire e non so come cominciare. Una latenza non tecnica, riservata alle informazioni che Pinocchio faticava a trattare come semplici dati.
«Pinocchio,» disse Emy.
Un secondo di silenzio. Due. Inusuale.
Poi: «Emy.»
Pausa.
«Devo dirti una cosa.»
La stanza si svuotò di rumore intorno a quella frase. Ferro alzò la testa. Rossi smise di guardare la mappa. Max si girò dal rack.
«E non ti piacerà.»